Leggere Antropologia giuridica di Rodolfo Sacco a Tokyo (IV)

27 ottobre 2009

Ha diluviato quasi due giorni, stamattina il cielo splende e si sta proprio bene, fa più caldo per strada che all’interno degli edifici.

La lezione inizia in orario. Era rimasto in sospeso il discorso sulla proprietà delle chiese, per cui chiedo se può interessare e parlo brevemente del Concordato e del regime giuridico degli edifici adibiti a luogo di culto. Il professore prende appunti. Sullo slancio di questo discorso, Kawada chiede della concezione della separazione tra Stato e Chiesa in Italia, possibilmente comparando la situazione alla Francia. Dico che l’idea che ne ho è che in Francia sia una cosa presa più severamente, e accenno ad una cosa che so suscitare l’interesse dei giapponesi, cioè la questione del crocifisso nei luoghi pubblici.

Stiamo per riprendere da dove ci eravamo arrestati la volta precedente, ma faccio notare una lieve disparità tra il testo francese e quello italiano, che ha qualche riga in più, per cui leggo la traduzione che ho fatto della parte mancante. Vi è una frase relativa, che, per via della sintassi della lingua giapponese, è una delle cose più difficili e innaturali da tradurre, per cui so che la mia traduzione suona quantomeno strana, se non proprio af- fetta da errori piccoli o meno piccoli. Se qualcuno sa il giapponese, provi a tradurre fedelmente la frase che precede, e poi mi faccia sapere. Tornando al nostro seminario, l’italiano non lo sa nessuno, non posso essere controllato, per cui per ora la passo liscia.

Tocca alla mia vicina Hashimoto. Il professore puntualizza la differenza tra servo e schiavo, ed è un po’ perplesso sul fatto che la dogmatica giuridica occidentale veda in un certo soggetto umano un proprietario.

Finiamo il giro ed è di nuovo il mio turno. Io traduco abbastanza liberamente, e vengo giustamente ripreso su alcuni termini chiave: «innovativo» non è solamente «nuovo», «più fedele» non è «più preciso», e i frutti ricavati dagli atti di gestione non devono essere tradotti, in senso ampio, in modo da comprendere gli interessi, «rieki» ma proprio come le banane, le mele, le pere: «kajitsu». Che è anche la terminologia del Codice civile giapponese: «ten’nen kajitsu» e «hôtei kajitsu», «frutti naturali» e «frutti legali». E poi c’è la solita frase relativa, della quale sono invitato a spiegare la sintassi, il che non è cosa semplice per chi ne fa uso nella propria lingua senza pensarci molto su, ma dopo qualche sforzo e un paio di malintesi ce la facciamo.

Proseguiamo. È giusto e naturale che il mio interesse si rivolga, più che alla sintassi francese, alla terminologia giapponese, per cui quando posso alzo la mano per chiedere delucidazioni sulle scelte lessicali. Sento che Nakajima traduce «significativo» con «daiji», ma, conoscendo gli standard di precisione terminologica del seminario, questo «daiji» mi suona un po’ strano. Io ho tradotto come «imibukai». In effetti, terminata la traduzione, il professore ritorna su questo punto. Mi rincuora il fatto che qualche volta ne azzecco qualcuna anch’io, ma non faccio in tempo a pensarlo che mi tocca riprendere in mano la matita e aggiungere un appunto di fianco a imibukai: non avevo indovinato, il professore traduce «shisabukai».

Arriviamo ad un’altra parola chiave: capo. Naturalmente il termine scelto da Hashimoto, «shuchô», non è quello che avevo scelto io, «shuryô». Anzi, «shuchô» non compare nemmeno tra le voci del mio dizionario. Ma questo non deve stupire, e non mi stupisce già da tempo. Ad ogni modo, alzo la mano e chiedo spiegazioni sui due termini. Il professore mi dice che sì, «shuryô» non è sbagliato, vuol dire capo, anzi in origine era forse il termine più appropriato, ma oggi, in questo contesto non suona bene, perché si è via via colorato di connotazioni negative, ed è così che nell’aula risuona per la prima volta un prestito linguistico dall’italiano: «mafia».

La lezione si avvia verso la fine. Ancora qualche precisazione terminologica e qualche errore che potevo forse evitare. Ad esempio: vivendo in un ambiente in cui in tutti i posti in cui non è permesso l’ingresso alle persone non autorizzate vi è un cartello recante l’avviso che è vietato l’ingresso alle persone non autorizzate, con un po’ più di attenzione avrebbero dovuto venirmi in mente quei cartelli e avrei potuto tradurre ingresso non con il semplice verbo hairu ma con il più appropriato – ancorché più complesso – tachiiru.

Finiamo con qualche minuto di anticipo sulle 12:10. Scopro che, dopo quanto detto, non è comunque così facile per questi giovani giapponesi intendere il senso dei patti di protezione conclusi con la partecipazione di personaggi soprannaturali.

(puntata precedente)                                                                                                      (continua)

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3 risposte a Leggere Antropologia giuridica di Rodolfo Sacco a Tokyo (IV)

  1. Giovanni Baldini ha detto:

    ok Letto tutto. Ben fatto. Prima di tutto . Ok ben fatto. Hits from the bong dei CYpress Hill. Ben Fatto.

  2. Pingback: Leggere Antropologia giuridica di Rodolfo Sacco a Tokyo (V) | il diritto c'è, ma non si vede

  3. Pingback: Leggere Antropologia giuridica di Rodolfo Sacco a Tokyo (III) | il diritto c'è, ma non si vede

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