Riluttanti, ma non troppo [Guest post]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il primo guest post, a cura dell’amica Fabiana Marinaro.
Si tratta della recensione del libro di cui si parlava qui.

Riluttanti, ma non troppo

Giorgio Fabio Colombo, Oltre il paradigma della società senza liti – La risoluzione extra-giudiziale delle controversie in Giappone – Cedam, 2011.

“Japanese do not like law”: così scriveva, nel 1976, l’influente professore di diritto Yoshiyuki Noda sul suo Introduction to Japanese Law (ed. & tr. Anthony H. Angelo, University of Tokyo Press, Tokyo, 1976, II ed., p. 160). Tra le tante, questa è forse l’espressione che più di tutte riesce a dare un’idea di quella che è stata per molti anni l’immagine del Giappone tra gli studiosi occidentali di diritto comparato, e non solo. L’immagine, in sostanza, di un paese in cui, a dispetto di un’operazione pienamente riuscita di trapianto di un sistema giuridico “all’occidentale” effettuata in periodo Meiji (1868-1912), persistesse una percezione “debole” del diritto. Una debolezza che affonderebbe le sue radici nell’esistenza di alcune specificità culturali proprie del popolo nipponico che fanno sì che norme etico-morali di comportamento abbiano il sopravvento sulle norme giuridiche, l’atteggiamento nei confronti delle quali sarà, di conseguenza, di sospetto e diffidenza in quanto corpo estraneo calato forzatamente dall’alto.

Al diritto, certamente, viene riconosciuto un ruolo nella società giapponese. Ma, per usare le parole del noto civilista e sociologo del diritto Takeyoshi Kawashima nel suo Nihonjin no Hoishiki (La mentalità giuridica  dei giapponesi, Iwanami Shoten, Tokyo, 1967), questo posto è lo stesso che può essere riservato a un’antica spada samuraica: un oggetto prezioso da conservare con cura, riverire anche, ma da non utilizzare (p. 47).

A dimostrazione di questo assioma è da sempre stata portata la ‘tradizionale’ avversione, in Giappone, verso il contenzioso formale. I giapponesi, fino a non molto tempo fa, erano visti come un popolo per sua natura disposto a evitare conflitti e, nel caso del sorgere di una disputa, a cercare (e normalmente a trovare) un compromesso per consentire una composizione amichevole della lite, piuttosto che ricorrere a una soluzione presso un tribunale statale volta a stabilire con chiarezza le ragioni e i torti dei due contendenti. Un atteggiamento, questo, che era valso alla società giapponese la nomea di “società senza liti”.

Questo il paradigma cui fa riferimento il titolo del saggio.

Ma, in realtà, quanto è spiccata la preferenza dei giapponesi per gli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie come la conciliazione?

Il primo capitolo “Percezioni e distorsioni sulla risoluzione delle controversie in Giappone” cerca di trovare risposta a questa domanda. In esso l’autore, dopo un’attenta premessa terminologica sul concetto di conciliazione volta a chiarire “la legittimità dell’utilizzo di una terminologia contemporanea con riferimento a un contesto tradizionale” (p. 17), passa ad analizzare la produzione scientifica e le diverse teorie avanzate, dal secondo dopoguerra in poi, per spiegare l’effettivo scarso utilizzo che in Giappone si fa del contenzioso formale.

Lungi dal voler dare una risposta univoca e onnicomprensiva, appare evidente che scopo della trattazione è piuttosto quello di mettere un po’ d’ordine tra i pezzi del puzzle del mito della “società senza liti” partendo dal presupposto che “le leggende [] sono coriacee e dure a morire e, spesso, contengono un principio o una frazione di verità” (p. 3).

Il secondo e ultimo capitolo, invece, “La storia della risoluzione alternativa delle controversie in Giappone”, offre una precisa e puntuale panoramica delle procedure di ADR (Alternative Dispute Resolution) nel Paese del Sol Levante a partire dal periodo antico e medioevale, per poi passare all’introduzione dei modelli moderni di conciliazione fino a giungere alla più recente normativa in materia di arbitrato. Il quadro risultante si pone a completamento (e virtuale conclusione) del discorso iniziato nel primo capitolo relativo alle ragioni della riluttanza dei giapponesi a rivolgersi al contenzioso formale, restituendo invece l’immagine di un Paese in cui si fa sempre più ricorso al sistema giudiziario statale.

Perché leggere un saggio come Oltre il paradigma della società senza liti?

Il diritto giapponese è da sempre uno tra i meno studiati all’interno della comparazione giuridica occidentale. Questa assenza è tanto più evidente in Italia, dove la produzione scientifica in merito è virtualmente inesistente. L’indubbio merito che va riconosciuto all’autore è quindi, innanzitutto, quello di aver contribuito ad aggiungere un piccolo tassello alla costruzione degli studi relativi al diritto giapponese nel nostro Paese. Un’operazione, peraltro, affrontata evitando il rischio di una banale e arida ripetizione di quanto già stato detto e realizzando, al contrario, un attento e intelligente lavoro di ricostruzione che fornisce nuovi spunti e chiavi di lettura di un argomento, come quello della risoluzione delle controversie in Giappone, più volte affrontato e ripreso dai più noti studiosi di diritto giapponese d’oltreoceano.

Il saggio ha inoltre il pregio di essere una sorta di ponte di collegamento tra due ambiti disciplinari, quello degli studi di diritto e quello degli studi di nipponistica, tradizionalmente tenuti separati, risultando una lettura ricca di interesse per gli studiosi appartenenti a entrambi i campi.

Tutto questo attraverso uno stile chiaro e conciso che realizza un perfetto equilibrio tra linguaggio specialistico e non e che ne fa un libro molto godibile anche per i “non iniziati”.

Fabiana Marinaro

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2 risposte a Riluttanti, ma non troppo [Guest post]

  1. Tank ha detto:

    Il professor Colombo è stato un mio docente fino allo scorso anno, sono sicuro si tratti di un ottima lettura.

  2. Pingback: I giapponesi che fanno causa (II) | il diritto c'è, ma non si vede

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