Leggere Antropologia giuridica di Rodolfo Sacco a Tokyo (V)

10 novembre 2009

Il seminario riprende dopo la pausa dovuta al giorno della cultura, il 3 novembre.

Arrivo al mio posto e preparo i miei strumenti: estratti, testo italiano, stampe della mia versione, il piccolo dizionario elettronico che contiene in memoria 12 dizionari, dizionario giuridico francese-giapponese.

Iniziamo. Inizio io. Mi capita il paragrafo con la nota sulle 12 tavole. Avevo controllato la traduzione di «12 tavole», il frammento citato e la parte riguardante le messi, pensando di aver fatto tutto per bene. Mancava qualcosa: la pena per chi «fruges excantassit», che il professore afferma essere la pena capitale. Discutiamo inoltre di cosa si trattasse in pratica, parlo di magia, stregoneria, sortilegio, che in giapponese suona «mahô», Kawada mi risponde:

– In sostanza un «nurui»?

Io non colgo la parola. Nurui, norui… boh. Annuisco con sguardo spaesato e provo a battere un ventaglio di termini sul tastierino del dizionario elettronico, ma non trovo nulla né nel giapponese-italiano, né nel monolingua giapponese. Solo nel pomeriggio, grazie al dizionario inglese-giapponese che ho sul computer rintraccerò il termine in questione, cercando «spell»: si tratta di «noroi». Verifico sul mio dizionario italiano-giapponese sotto «incantesimo», che in effetti non cita il termine in questione. C’è però nel giapponese-italiano: «Noroi: maledizione, imprecazione, maleficio». Non indago oltre, per non farmi prendere dallo sconforto che nasce in momenti come questo, quando sembra che il giapponese sia una lingua in cui l’atto di comunicazione riesce solo se il destinatario sa già esattamente quello che l’emittente gli sta dicendo, e quello che viene comunicato non è il messaggio ma tutto il resto.

Ritorniamo alla lezione. Tocca a Hashimoto: «En plus de terrains, l’homme possède…». Traduce «possède» con «shoyû», e a me sembra strano. Il professore puntualizza, e come già in altri casi ho l’illusione per qualche istante di aver azzeccato il termine, prima di dover fare una croce sopra il «sen’yû» (possesso) dei miei appunti e correggerlo con «hoyû». Nella versione italiana si legge «…l’uomo gode fin dall’inizio di cose mobili», e non mi sembra che «hoyû» possa comprendere il significato di «godere», ma non sollevo la questione. La lezione è breve, il testo è lungo e immagino che si voglia anche oggi andare avanti di almeno una paginetta.

La parola ora è a Nakajima. Nasce un’interessante discussione sulla congiunzione «e», e su quale sia in questo caso la traduzione migliore tra: to, ya, narabi ni, oyobi. In effetti pare ci siano delle regole, ma quello che scoraggia nel giapponese sono le eccezioni.

Incontriamo i berberi e le kasbah. Dico quello che so in materia, ci sono incertezze sul fatto che i berberi siano arabi o meno, ma il Sahara è lontano dall’Arcipelago e non entriamo nei dettagli. Dalle kasbah passiamo a parlare di cittadelle, e delle città nell’Europa medievale, con il loro corredo di mura, elemento architettonico che non può che far ricordare assedi e guerre, e che si dice pressoché sconosciuto in Giappone.

Kawada:
– Che pace in Giappone!

Nakajima si rivolge a me:
– Ma in Europa era davvero così pericoloso?

Ecco un’altra di quelle domande. Non ho altra scelta se non usare un pizzico di ironia:
– Mah, il passatempo preferito dai nobili, nel Medioevo, era farsi la guerra…

Dopo qualche rilievo geografico e topografico del professore, che sottolinea come nella pianeggiante Europa castelli e città cinte da mura avessero anche e forse soprattutto la funzione di rappresentare simbolicamente il potere, torniamo a tradurre. Oggi andiamo spediti, divaghiamo poco e ci sono poche domande.

L’ultima incertezza del giorno verte sulla traduzione di «istituzioni politiche»: legge Tsujimura e traduce «seijiteki», come me e credo anche gli altri due ragazzi. Il professore non è convinto. Accenna alla polis, alla civitas, e dopo una serie di domande attraverso le quali cerca di tirare fuori la combinazione di caratteri che trasmetta l’idea, arriviamo alla conclusione: «kokusei», o forse negli anni ’30 del secolo scorso si poteva dire «kokutai». Lascio questa ultima parola agli archivi, mi concentro su «kokusei», sul cui secondo carattere non ho certezze:

– Il secondo carattere è il «sei» di «seido»?
– Sì.

Bene, un’altra parola di cui non vi è traccia in nessuno dei vocabolari che ho. La traduzione è, come si suol dire, garantita, ma in quali altri contesti posso usarlo? Com’è possibile che non ve ne sia traccia nemmeno nel dizionario monolingua?

Abbiamo finito il paragrafo, la lezione è finita, ci si rivede tra una settimana.

(puntata precedente)                                                                                                      (continua)

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