Aggiornamenti flash

  1. Per la prima volta, la Corte Suprema del Giappone ha confermato la sentenza di morte comminata da un collegio misto di giudici e saiban’in.
    In totale, le sentenze di condanna a morte comminate dai giudici popolari sono finora state 21, e quattro sono diventate definitive senza che vi sia stato un intervento della Corte Suprema.
    Qui l’Economist sulla pena di morte in Giappone.
  2. Ricordate il caso degli scommettitori professionisti sui cavalli? Questo articolo un po’ vecchio riassume la contesa tra scommettitori e ufficio delle tasse.
    Il Tribunale di Osaka ha dato ragione agli scommettitori, ha dichiarato cioè che le spese sostenute per comprare i biglietti possono essere valutate come spese e dedotte dalle vincite. Si tratta però del caso in materia civile, poiché la stessa persona è stata già giudicata in primo e secondo grado per il reato di evasione fiscale: è stato dichiarato colpevole, con sospensione condizionale della pena, ma il caso pende ora di fronte alla Corte Suprema.
  3. Secondo caso (di cui si ha notizia) di applicazione della Convenzione dell’Aia sulla sottrazione internazionale di minori. Anche in questo caso, piuttosto sorprendentemente, si tratta di un minore sottratto al genitore giapponese e portato fuori dal Giappone. Il tribunale svizzero ha ordinato il ritorno del minore (8 anni) nel suo luogo di residenza abituale, il Giappone.
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I giapponesi che fanno causa (XXVII)

63. Transgender al golf club

Una persona di sesso maschile si iscrive ad un club di golf.
Qualche tempo dopo il soggetto cambia sesso e richiede di cambiare i dati dell’iscrizione: ora lei è una donna. Il club rifiuta di rinnovare l’iscrizione. La donna si rivolge ai giudici.
Il Tribunale di Shizuoka (sede di Hamamatsu, pres. Kenjiro Furuya 古谷 健二郎 ) ha accolto la domanda della parte attrice e condannato il golf club a risarcire il danno psicologico della donna, quantificato in poco più di un milione di yen (circa 7.300 euro), contro i 5,8 milioni della domanda. La reazione del golf club va infatti contro i principi di eguaglianza stabiliti dalla costituzione giapponese.
Il club valuterà se presentare appello.

64. Indennità per lavoro rischioso e responsabilità di TEPCO

Quattro lavoratori di una società a cui TEPCO aveva appaltato lavori presso la centrale di Fukushima-1 dichiarano di non aver ricevuto alcuna indennità, nonostante fosse prevista da contratto.
I lavoratori hanno intenzione di citare in giudizio TEPCO in quanto sostengono che tale società è tenuta a garantire che i lavoratori ricevano la retribuzione a loro dovuta.

(puntata precedente)

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Can’t touch this!

Il 15 luglio scorso l’Alta Corte di Tokyo ha compiuto qualcosa di insolito: ha accolto in appello la richiesta di un soggetto condannato in primo grado e riformato la sentenza, dichiarando il soggetto innocente.

Il caso in questione riguardava una circostanza nota a chi abitain Giappone, e che giustificala presenza di carrozze destinate alle sole donne sulla metropolitana: il fenomeno dei chikan (痴漢).

Sugli affollatissimi mezzi pubblici giapponesi lo spazio vitale è ridotto al minimo, e spesso ci si trova a viaggiare schiacciati addosso agli altri passeggeri. Questa situazione rende il contatto fisico inevitabile, e c’è chi ne approfitta per appoggiare le mani dove non si dovrebbe, in particolare sul fondoschiena delle passeggere: una condotta ovviamente perseguibile ai sensi della legge.

Nonostante il problema sia reale e non vada minimizzato, ci sono stati svariati casi in cui le vittime si sono sbagliate, e hanno accusato persone innocenti: ed è proprio questo che pare essere successo anche in questa circostanza che ha portato l’Alta Corte a riformare la sentenza.

Il fatto è avvenuto su un bus: il sospettato, un insegnante di 30 anni, stava utilizzando il suo smartphone con la mano destra e si reggeva al sostegno con la mano sinistra (come la telecamera di sicurezza del bus ha mostrato). Una studentessa davanti a lui si è sentita toccare il sedere e ha accusato l’insegnante di averla palpata. In realtà, pare che semplicemente la borsa a tracolla del sospettato abbia urtato la ragazza.

In primo grado il tribunale ha creduto alla presunta vittima, sostenendo che, sebbene difficile, non sia impossibile toccare una persona mentre si hanno le mani occupate. Il giudice di appello, invece, ha riformato la sentenza, criticando duramente la decisione del tribunale: in giudizio la prevalenza va data alle evidenze documentali, soprattutto se contraddicono le mere testimonianze (qui un breve resoconto).

Il fatto è avvenuto nel dicembre 2012. Nel frattempo, l’insegnante è stato sospeso dal suo lavoro per via dell’accusa. Un caso molto simile è descritto nel famoso film Soredemo boku ha yattenai (Andrea ne ha parlato qui).

Il dibattito sull’argomento è molto acceso in Giappone. È infatti difficile trovare un equilibrio fra la giusta persecuzione di un crimine odioso, sottile e molto diffuso come quello dei chikan e il far dipendere la vita di una persona (lavoro, reputazione, ecc) da una semplice evidenza testimoniale.

Si narra di una gang di ragazze di Osaka che ricattava i salaryman sui mezzi pubblici: 10.000 yen oppure grido che sei un chikan. Non trovo però più la fonte della notizia, e quindi mi astengo dal commentare ulteriormente (per evitare la sindrome del “mihadettomiocuggino” così diffusa tra gli stranieri in Giappone).

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Breve nota sulla traduzione del (diritto) giapponese

Un avviso davanti al parcheggio di un condominio:

Le prime due righe non creano problemi:

DIVIETO DI PARCHEGGIO
Entrata/uscita parcheggio

Il problema inizia alla terza riga.
I sostantivi che compaiono nella frase sono, nell’ordine, “trasgressori ( 違反者 ihansha)”, “polizia ( 警察 keisatsu)”, e “rapporto, informazione, segnalazione ( 通報 tsuho)”. Chiude la frase il verbo “fare” します , che si lega al sostantivo che lo precede, tsuho, per dare vita al verbo “informare, avvisare, avvertire”.

Per chiarezza dunque, ripetiamo: trasgressori – polizia – informare/segnalare.

Ora, è abbastanza ovvio che non saranno i trasgressori a informare la polizia, né che la polizia informerà i trasgressori. Può darsi, come caso di scuola, il caso del trasgressore ignaro di aver trasgredito la norma, avvertito dalla polizia della sua condotta antigiuridica, ma è un’ipotesi che l’uomo di senso comune tende a escludere, anche perché dopo “polizia” vi è la particella “ni” che indica di solito il complemento di termine, quindi la segnalazione è fatta “alla polizia”.
Dunque, sulla base del solo senso delle tre parole di cui sopra, si capisce che il significato della frase non può che corrispondere a:

I trasgressori saranno segnalati alla polizia.

Notare il verbo alla forma passiva.
Con il verbo alla forma attiva, in italiano le opzioni sarebbero le due scartate in precedenza: “I trasgressori faranno un rapporto alla polizia” o “La polizia farà una comunicazione ai trasgressori”. Entrambe non hanno molto senso.

Il problema è che il verbo, nel cartello, è proprio alla forma attiva.
La soluzione del dilemma passa attraverso l’analisi della particella ha* dopo “trasgressori”.
Di essa si insegna che indichi il “tema” della frase. Lo studente italiano impara, forse erroneamente, ad associare tema e soggetto.
Ed è così che nascono i problemi di traduzione, di cui questo cartello è un esempio. Infatti questo è uno di quei casi in cui soggetto e tema non coincidono. Volendo lasciare il verbo alla forma attiva, occorre inserire il soggetto, che è sottinteso: noi (= il condominio).
E volendo dunque tradurre tutto alla lettera, il risultato è questo:

Per quanto riguarda i trasgressori, (noi) faremo una segnalazione alla polizia.

L’esempio in questione è semplice. Sulla base del senso delle parole trasgressori, avvisare, polizia, si può cogliere più o meno agevolmente il significato, grazie all’opera dell’interprete che riempie i vuoti e le ambiguità lasciate dalla lingua.
In particolare, qui si presuppone che il lettore sappia che vi è un soggetto sottinteso e lo identifichi: noi / il condominio.

Il problema della lingua giuridica, non solo in Giappone ovviamente, è che si ritiene che i vuoti che presuppongono un’attività creativa dell’interprete non siano cosa buona. Pertanto, il legislatore, più o meno dappertutto, cerca di esplicitare il più possibile.
In Giappone però questo da vita a costruzioni oltremodo pesanti, lunghe e complesse. Naturalmente in ogni lingua vi è uno scollamento tra il linguaggio comune ed il linguaggio giuridico, ma mi pare che in giapponese questo distacco sia più accentuato.
Ed è questo dunque il problema che mi pare affligga la lingua giuridica giapponese: una prosa comprensibile e non troppo lontana dal linguaggio comune implica necessariamente una certa vaghezza. Eliminare la vaghezza vuol dire creare una lingua innaturale ed estremamente complessa.
In entrambi i casi l’interprete della norma, ed in particolare il traduttore, incontra notevoli difficoltà.

*: che tanto per semplificare le cose si legge wa.

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Suggerimenti per la lettura

  1. Ulv Hanssen (Doctoral candidate, Freie Universitat Berlin) ha scritto un breve articolo per l’East Asia Forum in cui mostra, basandosi su fonti in giapponese e su cablogrammi desegretati nel 2008, come la famosa decisione della Corte Suprema nel caso Sunagawa (1959), in cui si decideva della costituzionalità della presenza di truppe americane sul territorio giapponese, fu pilotata da influenze extra-giuridiche. In particolare, è documentato che il Presidente della Corte Suprema giapponese del tempo, Kotaro Tanaka,  si incontrò più volte, segretamente, con l’ambasciatore americano in Giappone.
    Dopo la “revisione dell’interpretazione” delle norme costituzionali in materia di diritto di autodifesa collettiva, dichiarata nei giorni scorsi da Abe, queste rivelazioni assumono un significato assai importante.
  2. J. Mark Ramseyer, “Who Hangs Whom for What“, “Chi impicca chi e perché”.
    Un’importante analisi delle condanne a morte in Giappone e dei giudici che le hanno pronunciate.
    Le conclusioni: i giudici più brillanti (almeno secondo il giudizio dei loro pari) hanno una tendenza meno spiccata a pronunciare condanne a morte.
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I giapponesi che fanno causa (XXVI)

58. Yasukuni ed il quieto vivere

Ricordate la controversa visita del Primo ministro Abe al controverso santuario shinto di Yasukuni? Bene, un gruppo di 540 cittadini di Osaka ha fatto causa al Primo ministro perché questa visita viola il loro diritto a vivere in tranquillità. Chiedono un risacimento di ¥10.000 a testa (circa 70 euro) ed il divieto per Abe di ripetere la visita.
Pare che una causa analoga sarà presentata da un gruppo di 270 cittadini di Tokyo.

59. TEPCO deve pagare

Un cittadino residente in una zona non sufficientemente vicina alla centrale di Fukushima-1 da essere ricompresa nelle zone oggetto di provvedimenti di evacuazione, ma sufficientemente vicino da indurlo a lasciare tutto e andarsene a Kyoto, ha citato in giudizio TEPCO, chiedendo che gli fossero risarcito il danno conseguente al trasloco, oltre al danno psicologico.
Il tribunale di Kyoto gli ha dato ragione. Primo caso di questo genere.

60. Questa centrale nucleare non può ripartire

Un gruppo di cittadini residenti nella zona di Fukui aveva chiesto al Tribunale di impedire la riaccensione dei reattori della centrale nucleare di Oi.
Il Tribunale di Fukui, pres. Hideaki Higuchi ( 樋口 英明 ), ha dato ragione agli attori.
Le reazioni sono state varie: a parte la scontata proposizione di appello, degno di nota il “beh, cosa volete che sia, la riaccenderemo ugualmente” del segretario generale del gabinetto Yoshihide Suga, all’elezione di nuovi membri dichiaratamente pro-nucleare per l’organo che vigila sulla sicurezza dell’industria nucleare in Giappone, la cd. NRA.

61. McDonald’s contro TEPCO

McDonald’s chiede un risarcimento a TEPCO per il mancato guadagno o per la chiusura dei suoi ristoranti situati all’interno dell’area di evacuazione circostante la centrale di Fukushima-1.

62. Troppo inglese in televisione

Hoji Takahashi, 72enne di Nagoya e direttore della 日本語を大切にする会 (Associazione per la promozione dell’importanza della lingua giapponese) aveva chiesto che NHK risarcisse il suo danno psicologico causato dall’eccessivo uso di espressioni straniere, in particolare della lingua inglese, nelle trasmissioni dell’emittente nazionale.
Il Tribunale di Nagoya, Pres. Kiyofumi Saito ( 齋藤 清文non ha accolto la domanda.

(puntata precedente)

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La posta del giurista

Riceviamo, pubblichiamo con il consenso del mittente e volentieri rispondiamo:

[Saluti]
Mi chiamo XY, sono un laureando di Z. Da sempre molto appassionato della cultura giapponese, giuridica e non solo, ho deciso di dedicare la mia tesi al diritto giapponese e magari approfondire successivamente i miei studi in questa direzione.  Ammiro molto il suo lavoro e quello del professor Colombo.
In queste ultime settimane ho passato in rassegna diversi articoli e pubblicazioni, tra le quali “Diritto dell’Asia Orientale” curato dal professor Cavalieri, “Giappone : un diritto originale alla prova della globalizzazione” e “Laicità dello stato e Shintoismo nella giurisprudenza giapponese” del professor Colombo, le sue pubblicazioni su Digesto concernenti Giri, Diritto del Giappone moderno, aggiungendo poi i testi di Gallo e Sacco utilizzati per la preparazione degli esami di comparatistica. La ricerca mi ha offerto molti spunti e non le nascondo anche grandi indecisioni e dubbi, tuttavia stavo pensando di sviluppare un lavoro di tesi riguardante il diritto penale nipponico. Il concetto di pena, rieducazione riletti nell’ottica di una cultura come quella giapponese così profondamente originale nella sostanza, tanto quanto occidentalizzata negli schemi formali. Contraddizioni e tensioni civili che si celano entro sistema penale così efficace sotto il profilo dei numeri, ma a che prezzo? A scapito di una pena più umanizzata? Che cognizione dell’essere reo si sottende? Come si permea la penalità giapponese della tradizione culturale locale? Ecco questi sono gli spunti di riflessione che mi hanno catturato forse più di altri.
Volevo chiederle se potesse consigliarmi delle letture utili al riguardo.
La ringrazio molto in anticipo per la disponibilità e farle presente la mia sincera ammirazione per il suo lavoro di divulgazione e promozione culturale.
[Saluti conclusivi]

P.S.: ho dimenticato di specificare che padroneggio abbastanza bene l’inglese, mentre ho iniziato a studiare solo da poco tempo  la lingua giapponese.
Grazie ancora.

Caro XY, grazie innanzitutto del messaggio e della domanda.
Sono questioni molto importanti, che riguardano aspetti cruciali del diritto giapponese.
La scelta di concentrarsi (almeno, per ora) sul diritto penale mi sembra sensata: è forse nel diritto penale che sono più radicate e si possono cogliere meglio alcune delle caratteristiche peculiari del diritto del Giappone: il rapporto tra individuo e autorità, e tra individuo e collettività, la discrezionalità.

Imparare la lingua giapponese non è cosa semplice, ed è ancora più arduo raggiungere un livello che ti permetta di leggere in scioltezza dottrina e giurisprudenza in lingua.
Fortunatamente, oltre ai materiali in italiano che hai già consultato (grazie dei tuoi giudizi generosi!) ci sono ottimi materiali in lingue a cui noi italiani siamo più esposti e che di solito conosciamo meglio: inglese prima fra tutte, anche per la storia che lega gli Stati Uniti al Giappone.

Uno dei migliori testi recenti in circolazione sulla giustizia penale giapponese è The Japanese Way of Justice di David Johnson. È uno studio molto affascinante dei personaggi che svolgono il ruolo chiave nella giustizia penale giapponese: i PM. Leggi quest’opera, e prosegui con le numerose opere in essa citate, e raggiungerai un livello di conoscenza della materia di tutto rispetto.
Un altro ottimo (ma breve) excursus in inglese sulla storia del diritto penale, scritto da uno dei giganti del diritto penale giapponese è quello di K. Matsuo, “The Development of Criminal Law in Japan since 1961“, in Foote (ed.) Law in Japan: A Turning Point, Seattle 2007. Nello stesso volume trovi il capitolo di D. Johnson, “Criminal Justice in Japan”.
Ancora dal punto di vista storico, Rohl (ed.) History of Law In Japan since 1868 ha un paio di capitoli sulla storia del diritto e della procedura penale.
Daniel Foote ha scritto sul diritto penale dal punto di vista della sociologia del diritto. Un po’ datato ma sempre valido il suo The Benevolent Paternalism of Japanese Criminal Justice, in California Law Review March, 1992, 317.
Sulla criminalità organizzata/yakuza, lascia perdere le fonti giornalistiche: c’è poco di buono. Puoi partire da P. Hill, The Japanese Mafia: Yakuza, Law, and the State. Una prospettiva inusuale è quella di R. Otomo, “Women in Organized Crime in Japan“, in Fiandaca (ed.) Women and the Mafia, NY, 2007.
Sulla pena di morte puoi vedere questo rapporto recente: The Death Penalty in Japan (c’è anche la mano di D. Johnson). Interessante anche M. Ramseyer, Who Hangs Whom for What? The Death Penalty in Japan.
Sicuramente mi è sfuggito qualcosa. Puoi dare un’occhiata agli indici del Journal of Japanese Law. Recentemente molti articoli di diritto penale hanno analizzato la cd. “giuria mista”, in giapponese saiban’in seido. Gli articoli della rivista non sono online, anche se qualche articolo pubblicato integralmente talvolta si trova(va).
Un’altra ottima fonte dalla quale partire per le ricerche è questa bibliografia. Il titolo parla di “business law”, ed in effetti l’attenzione principale è rivolta a quel settore, ma ci sono anche alcune pagine dedicate al diritto e alla procedura penale.

Spero di averti dato qualche indicazione utile.
In bocca al lupo per le tue ricerche!

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