Iwao Hakamada

Iwao Hakamada era in prigione da 48 anni. Quarantotto.
Arrestato nel 1966, nel 1968 era stato condannato a morte per l’omicidio di una famiglia di 4 persone. La condanna era stata confermata nel 1980 dalla Corte Suprema. La legge dispone che le condanne debbano essere eseguite entro sei mesi da quando la sentenza diviene definitiva (art. 475 cod. proc. pen.).
Tuttavia, affinché si proceda con l’impiccagione, è necessario l’ordine del Ministro della legge (ricordiamo ai lettori che nei Paesi dove vige la pena di morte non si può parlare di Ministro o Ministero della Giustizia, ma al massimo di Ministro o Ministero della legge).

Hakamada ha passato così 34 anni in prigione, fino a quando giovedì 27 marzo 2014 è stato liberato.
Nuovi test sul DNA ritrovato sui vestiti che si presumono indossati dall’autore del delitto hanno imposto di riaprire il caso.
Un errore giudiziario: enzai.

Riflettere su questo caso fa nascere due sentimenti confliggenti: da un lato l’indignazione perché un uomo è stato privato della sua vita per un errore giudiziario, ostinatamente confermato in tutti i gradi di giudizio, per 46 anni.
Dall’altro lato il sollievo perché alla fine Hakamada è stato scagionato. In altri Paesi, forse, la condanna sarebbe stata eseguita ben prima, e questo avrebbe probabilmente messo letteralmente una pietra sopra alla faccenda, demotivato i sostenitori dell’innocenza di Hakamada e probabilmente non vi sarebbero state più richieste di revisione del processo a decenni di distanza dal fatto.
Qui invece vediamo che il sistema giudiziario, per salvare la faccia, ha difeso la condanna per quasi mezzo secolo. D’altro canto, come nota bene anche Michael Cucek, probabilmente chi conosceva il caso sapeva che qualcosa in quella condanna non convinceva, e forse “Tutti, ma non Hakamada” sono state le parole tramandate da un Ministro all’altro, fino ad oggi.

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