Breve nota sulla traduzione del (diritto) giapponese

Un avviso davanti al parcheggio di un condominio:

Le prime due righe non creano problemi:

DIVIETO DI PARCHEGGIO
Entrata/uscita parcheggio

Il problema inizia alla terza riga.
I sostantivi che compaiono nella frase sono, nell’ordine, “trasgressori ( 違反者 ihansha)”, “polizia ( 警察 keisatsu)”, e “rapporto, informazione, segnalazione ( 通報 tsuho)”. Chiude la frase il verbo “fare” します , che si lega al sostantivo che lo precede, tsuho, per dare vita al verbo “informare, avvisare, avvertire”.

Per chiarezza dunque, ripetiamo: trasgressori – polizia – informare/segnalare.

Ora, è abbastanza ovvio che non saranno i trasgressori a informare la polizia, né che la polizia informerà i trasgressori. Può darsi, come caso di scuola, il caso del trasgressore ignaro di aver trasgredito la norma, avvertito dalla polizia della sua condotta antigiuridica, ma è un’ipotesi che l’uomo di senso comune tende a escludere, anche perché dopo “polizia” vi è la particella “ni” che indica di solito il complemento di termine, quindi la segnalazione è fatta “alla polizia”.
Dunque, sulla base del solo senso delle tre parole di cui sopra, si capisce che il significato della frase non può che corrispondere a:

I trasgressori saranno segnalati alla polizia.

Notare il verbo alla forma passiva.
Con il verbo alla forma attiva, in italiano le opzioni sarebbero le due scartate in precedenza: “I trasgressori faranno un rapporto alla polizia” o “La polizia farà una comunicazione ai trasgressori”. Entrambe non hanno molto senso.

Il problema è che il verbo, nel cartello, è proprio alla forma attiva.
La soluzione del dilemma passa attraverso l’analisi della particella ha* dopo “trasgressori”.
Di essa si insegna che indichi il “tema” della frase. Lo studente italiano impara, forse erroneamente, ad associare tema e soggetto.
Ed è così che nascono i problemi di traduzione, di cui questo cartello è un esempio. Infatti questo è uno di quei casi in cui soggetto e tema non coincidono. Volendo lasciare il verbo alla forma attiva, occorre inserire il soggetto, che è sottinteso: noi (= il condominio).
E volendo dunque tradurre tutto alla lettera, il risultato è questo:

Per quanto riguarda i trasgressori, (noi) faremo una segnalazione alla polizia.

L’esempio in questione è semplice. Sulla base del senso delle parole trasgressori, avvisare, polizia, si può cogliere più o meno agevolmente il significato, grazie all’opera dell’interprete che riempie i vuoti e le ambiguità lasciate dalla lingua.
In particolare, qui si presuppone che il lettore sappia che vi è un soggetto sottinteso e lo identifichi: noi / il condominio.

Il problema della lingua giuridica, non solo in Giappone ovviamente, è che si ritiene che i vuoti che presuppongono un’attività creativa dell’interprete non siano cosa buona. Pertanto, il legislatore, più o meno dappertutto, cerca di esplicitare il più possibile.
In Giappone però questo da vita a costruzioni oltremodo pesanti, lunghe e complesse. Naturalmente in ogni lingua vi è uno scollamento tra il linguaggio comune ed il linguaggio giuridico, ma mi pare che in giapponese questo distacco sia più accentuato.
Ed è questo dunque il problema che mi pare affligga la lingua giuridica giapponese: una prosa comprensibile e non troppo lontana dal linguaggio comune implica necessariamente una certa vaghezza. Eliminare la vaghezza vuol dire creare una lingua innaturale ed estremamente complessa.
In entrambi i casi l’interprete della norma, ed in particolare il traduttore, incontra notevoli difficoltà.

*: che tanto per semplificare le cose si legge wa.

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