Rubrica: la posta del giurista

Riceviamo da un affezionato lettore e volentieri pubblichiamo:

Ciao Andrea, sono un tuo lettore italiano sposato con una giapponese che dopo il matrimonio ha mantenuto il suo cognome. Se per ipotesi aspettassimo un figlio e vivessimo in Giappone, e lei avesse il suo koseki kohon (o come si chiama) intestato a se stessa con me che risulto come marito (in Katakana, ovviamente), esiste una anche remotissima possibilità che io possa registrare mio figlio col mio cognome e il nome in romaji, senza dover costringere mia moglie ad andare a partorire all’estero?
Cordiali saluti, un tuo affezionato lettore

Per comodità chiameremo Kaori Sato la moglie-mamma giapponese, Luca Rossi il marito-padre italiano e Mario il neonato.

La situazione si pone in questi termini: Luca, essendo straniero, non figura su alcun koseki, ma è solo una nota nel koseki di Kaori: “Tralaltro, Kaori è sposata con Luca”. Il figlio Mario viene dunque naturalmente registrato nel koseki di Kaori.
Mario ottiene per nascita la nazionalità giapponese e la registrazione nel koseki della madre è la rappresentazione formale/grafica di tutto ciò.
I caratteri ammessi nel koseki sono i kanji ed i kana. Niente caratteri latini, detti romaji. Quindi il nostro Mario potrà essere registrato come マリオ・麻里男・真李雄 e altre combinazioni bizzarre di kanji (e kana eventualmente), ma non come “Mario” in caratteri latini.

I caratteri latini tornano sulla scena però al momento di ottenere il passaporto giapponese dell’infante: sui passaporti giapponesi il nome compare in romaji.
Il sistema di traslitterazione del giapponese sancito ufficialmente dal governo è il sistema Kunrei, ma i passaporti non seguono (solo) tale sistema. Come anche nella segnaletica stradale, nei nomi delle stazioni ferroviarie, è il sistema Hepburn ad essere utilizzato, seppur con qualche modifica.
Pare essere ammesso (ma non obbligatorio: questa pagina della provincia di Kanagawa sollecita a rivolgersi allo sportello in casi dubbi) ad esempio l’uso della “H” per indicare l’allungamento della vocale: 伊藤 diventa così “Itoh”, 佐藤 “Satoh”, 大野 “Ohno” eccetera. Bruttissima questa H. Ma è così che funziona ad esempio anche sulle divise del baseball.

Rimane il fatto che Luca non ha koseki, quindi non si sa dove potrebbe registrare il suo figlio. Il passaporto giapponese inoltre riporta solo il cognome della madre, perché in Giappone non vi è doppio cognome, e lui risulta figlio di sua madre.

Entra in scena l’Italia, al momento di registrare l’infante all’anagrafe italiana. E qui vi è l’escamotage che permetterà a Mario di scrivere il suo nome con un sistema di scrittura superiore. E avere una doppia identità.
L’Italia infatti permette di dare al bambino il nome del padre italiano, nel caso in cui per consuetudine delle autorità dello stato civile del Paese di residenza, si attribuisca al minore il solo cognome materno. Il modulo da compilare e presentare alle autorità consolari è questo: modulo  di richiesta per attribuzione COGNOME PATERNO*. In esso si chiede che nella trascrizione dell’atto di nascita del neonato, nel nostro caso Mario Sato, venga applicata la normativa italiana e che quindi al/la predetto/a venga attribuito invece il solo cognome paterno. Ecco così che Mario Sato sarà registrato all’anagrafe italiana come Mario Rossi. In caratteri latini. E così sarà anche il nome sul suo passaporto italiano: Mario Rossi.

C’è dunque questo gap tra le identità del minore, che risulta essere da una parte Mario Sato e dall’altra Mario Rossi, ma è un risultato inevitabile viste le differenze tra le disposizioni dei due Paesi, e l’impossibilità di attribuire due cognomi al figlio.
Il modo più semplice per avere un unico cognome in tutta la famiglia è pensarci prima: entro 6 mesi dal matrimonio è possibile per un coniuge cambiare facilmente il proprio cognome in quello dell’altro coniuge; è possibile anche dopo 6 mesi ma è più complesso e richiede una procedura di fronte al Tribunale di famiglia.

Dal momento che il Giappone non riconosce la doppia cittadinanza, lo sdoppiamento in ogni caso si dovrebbe ricomporre quando il minore raggiunge la maggiore età, momento in cui Mario dovrà scegliere tra quella italiana o quella giapponese. La scelta si andrà a riflettere pertanto anche sul cognome.

*: Nel caso di coppia mista italo-giapponese in cui lui sia giapponese e lei italiana, non è possibile attribuire il cognome italiano della madre, perché secondo il diritto italiano il figlio riconosciuto da entrambi i genitori assume il cognome del padre (art. 262 codice civile italiano). Dal momento che la disposizione giapponese coincide con quella italiana, non vi è necessità di ammettere eccezioni.
L’unico caso che mi viene in mente ora, in cui il figlio di madre italiana in Giappone può assumere il cognome materno dovrebbe dunque essere quello in cui solo la madre riconosca il figlio.

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17 risposte a Rubrica: la posta del giurista

  1. albino ha detto:

    Andrea, io ho sentito dire (ma non da un giurista) che il figlio puo’ ottenere il cognome del padre (in katakana, da li’ non si scappa) se al momento della nascita (o dopo?) si crea un koseki a parte solo per il figlio.
    In quel caso nel koseki di Mario risulterebbe il cognome scritto ロッセィ o ロッシ, ma questo non e’ importante in quanto il passaporto giapponese di Mario (in romaji) seguirebbe la scrittura in romaji di quello italiano, una volta provviste le autorita’ giapponesi della fotocopia di quello italiano con su scritto “Rossi”.
    Possibile?

    • Andrea O. ha detto:

      Grazie albino del commento e della precisazione. In effetti deve essere possibile creare un koseki da solo come “capofamiglia”, ma non sono a conoscenza delle condizioni. Mi informo e integro, a meno che qualcun altro commentatore mi anticipi con informazioni fresche 🙂

  2. SirDiC ha detto:

    “…di scrivere il suo nome con un sistema di scrittura superiore.” Sei un mito! 😀

  3. arisio ha detto:

    La legge giapponese impone di fare una scelta per la nazionalita’? Un vero e proprio atto? Se io scelgo quella giapponese vi e’ la remota possibilita’ che avvertano gli uffici italiani?

    A.

  4. Aru ha detto:

    Che io sappia (voci di corridoio, non sono un giurista) Uno stato non puo’ pretendere la cancellazione di una seconda cittadinanza.
    Nello specifico, lo stato Giapponese, puo’ richiedere la cancellazione della cittadinanza italiana, ma non puo’ ordinarla. Ne’ tantomeno puo’ verificare la cancellazione presso lo stato italiano, se non per fondati motivi.
    Almeno cosi’ ho sentito..

    Saluti

    • Andrea O. ha detto:

      Aru, grazie del commento. Certo uno Stato non può privare un individuo della cittadinanza di un altro Paese, ma può dire “se hai la cittadinanza di un altro Paese perdi la nostra”, che a quanto mi risulta è la posizione sulla carta del Giappone. Che però non viene messa in pratica.

  5. Aru ha detto:

    ancora una nota.
    Attenzione all’uso del doppio passaporto.
    se io esco dal Giappone col passaporto giapponese, ed entro in Italia con quello italiano,
    al mio ritorno in Giappone potrei avere dei problemi alla frontiera (mancanza dei timbri italiani di ingresso sul passaporto giapponese -> controlli approfonditi, etc…)
    alcuni miei amici usano un solo passaporto per sicurezza, sebbene ne abbiano due.

    • Andrea O. ha detto:

      Aru, grazie anche di questo commento.

    • Aless ha detto:

      Non penso sia un problema. La dogana Italiana non mette sempre i timbri. e talvolta li mette sbagliati (di data). Alla frontiera italiana non penso interessino i timbri giapponesi

    • Mick ha detto:

      Porto la mia esperienza: io e mio figlio (8 anni, nato in Italia, registrato al comune italiano col mio cognome, quindi al comune giapponese col cognome della mamma giapponese) usciamo ogni anno dal Giappone, io col mio passaporto italiano, lui col suo giapponese.
      Entriamo in Europa (due aeroporti, transito + Italia), io col mio passaporto italiano e lui col suo passaporto italiano. Germania, Austria, Svizzera, Francia, mai avuto nessun contrattempo burocratico.
      Trascorse le ferie, usciamo dall’Europa coi passaporti italiani e rientriamo a Narita io col mio italiano, lui col suo giapponese. Sono 8 anni che ripetiamo il viaggio, praticamente da quando lui e’ nato, e non abbiamo mai avuto problemi o contrattempi di carattere burocratico.

  6. Aru ha detto:

    Grazie Andrea per la risposta.
    Ovviamente lo stato giapponese puo’ revocare la cittadinanaza di propria competenza.
    Ma puo’ accertare o “investigare” che tu abbia rinunciato all’altra cittadinanza?
    Il tema mi e’ caro per diverse ragioni personali.
    Ciao e grazie

    PS
    Il titolo del post: “ Rubrica: la posta del giurista” merita un encomio solenne.

    • Andrea O. ha detto:

      Le indicazioni del Ministero giapponese sono contraddittorie http://www.moj.go.jp/ENGLISH/information/tcon-01.html
      Da una parte sembra che sia necessario, al momento di scegliere la nazionalità giapponese presentare un documento che comprovi la rinuncia, dall’altra parte pare che sia sufficiente giurare che si sceglie la nazionalità giapponese e che si rinuncia alle altre.
      Bisognerebbe fare delle ricerche su precedenti e prassi amministrative, ma io ora non ce la faccio, mi spiace. Sulle indagini, guarda la mia risposta ad Arisio.

      • Aru ha detto:

        Andrea
        Grazie mille per le tue preziose informazioni.
        Ovviamente non verrai pagato per il servizio! 😉

        Interessante la apparente confusione di procedura nella scelta della nazionalita’.
        mi chiedo se sia un approccio solo giapponese.
        comunque grazie
        A.

  7. Pingback: Post di fine 2012 | il diritto c'è, ma non si vede

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