Leggere Antropologia giuridica di Rodolfo Sacco a Tokyo (XII)

19 gennaio 2010

Penultimo capoverso di pag. 228, da «À vrai dire». Oggi si inizia da me. Leggo 4 righe, fino a «donataire». Ancora qualche imprecisione: «bien patrimonial» è, nonostante il bisticcio, zai- san na zai, benevolo è mushô. Il prefisso «extra-» invece l’ho centrato, in questo caso è hi-.

La parola passa a Hashimoto per la seconda parte del capoverso, in cui si parla di venalità misinterpretata. Il professore:
– Riguardo a ciò, mi viene in mente una cosa. Quando vado in Francia, porto spesso un regalino ai colleghi, un omiyage, lo facciamo sempre qui in Giappone. C’è uno switch immediato: subito il registro cambia: ecco qui c’è la biblioteca, se vuole può usare questo, le interessa venire a tenere una lezione qua, e così via. È interessante.
– Però in Giappone portare un regalino da un viaggio è una cosa ormai così comune che non ha più tutto questo valore… puntualizza Kawada.
– Sì, – risponde il professore – però c’è il giri.

Tendo le orecchie ma stiamo già passando al problema seguente. Hashimoto ha qualche difficoltà a tradurre cliente. Il professore spiega che non si può capire e tradurre il termine se non si fa un passo indietro, tornando all’etimologia latina e alla società romana: per cui, il cliente è chi riceve protezione: hihogosha. Un termine che, prevedibilmente, non riesco a rintracciare in nessun dizionario, anche se il dizionario italiano-giapponese, sotto il lemma «cliente», riporta, accanto alla prima accezione «cliente di un negozio», l’accezione «2. (ant.) cittadino comune che riceve la protezione di una particolare famiglia nobile». Vi è solo la spiegazione e nessun termine suggerito come traduzione, ma comunque su certe cose il dizionario non è così male.

Tocca a me con una domanda sul giapponese: che differenza c’è tra kannen e gainen? Il professore risponde che gainen corrisponde a «concept» scientifico, a un «concept» che nasce da una «conception». Kannen è invece la traduzione di «idea», anche se «idea» si può dire anche omoitsuki. «Notion» sta in mezzo alle due parole.

La parola a Nakajima. L’esegesi del testo non risparmia nulla: perché quel «fiscale» è tra parentesi? Che significa? E parlando di imposte «fiscali», l’esempio che salta fuori è quello delle somme che le ormai quasi scomparse vie commerciali, così comuni un tempo in Giappone, le c.d. shôtengai, versano agli yakuza: non è anche questa una forma di imposizione fiscale?

Il giro finisce e tocca di nuovo a me. Si parla di potlatch e di kula, si parla di Melanesia e l’esegesi del testo, ancora, non ri- sparmia proprio nulla: dov’è la Melanesia? Come si chiamano gli altri arcipelaghi lì vicino? Quindi, il professore illustra le etimo- logie: «nesos» in greco significa isola, «poli-» sta per molte, «mela-» significa nero, e «micro-» piccolo.

Tuttavia le parole chiave di oggi sono reciprocità, remunerazione e retribuzione. Mi ero preparato cercando anche «sinallagma», che sorprendentemente compare sul dizionario: sômu. Remunerazione è hôshû, reciprocità sôgô, mentre su «retribuzione» nasce una discussione. Goshusei potrebbe andare, nonostante possa indicare anche «reciprocità» in senso stretto. Alzo la mano e accenno al fatto che retribuzione si usa con connotazioni vicine a quelle che paiono esservi qui, in ambiti penalistici: teoria retributiva della pena. Nakajima, che pare essere la più anglofona tra i colleghi, conferma dicendo che anche in inglese «retribution» indica quest’idea. L’osservazione è accolta, e si propone il termine «oo». Voglio vedere come si scrive in kanji, per cui devo cercarlo sul dizionario. L’input è tuttavia in caratteri latini. Devo perciò sapere come viene traslitterato. In linea teorica ci sono 16 possibilità di fronte a me: il giapponese distingue «o» breve, «o» lunga e «ho», che può essere a sua volta con la «o» breve oppure lunga, ed in certi casi faccio ancora un po’ fatica a captare a orecchio la differenza. Qui mi sembra che le o siano lunghe. Le possibilità si riducono a 4: ô-ô, oppure ô-hô, oppure hô-ô, oppure hô-hô. Le provo tutte ma nel dizionario non trovo nulla. Sono costretto a esporre le mie difficoltà:

– Scusate, una domanda: come si scrive ô-ô?
– Te lo scrivo io, dice la mia vicina Hashimoto. Le porgo il quaderno.
Bene. Vedo i kanji, la parola è ôhô, la cerco di nuovo e non c’è nell’italiano-giapponese, né nel giapponese-italiano, ma c’è sul monolingua giapponese, con una nota che rimanda proprio a ôhôkeishugi: «teoria retributiva della pena».

Consultata questa voce, le batterie del dizionario elettronico vengono definitivamente meno. Probabilmente il freddo, o un segno del destino, ad ogni modo farò questi ultimi 20 minuti navigando a vista.
Finiamo il giro con Kawada, poi il professore prende di nuovo la parola:

– Peccato lasciare tutto così, un po’ a metà. Comunque abbiamo visto cosa ci fosse prima dei sistemi moderni basati sull’accordo delle volontà. In origine l’importanza è nelle cose, è nel fatto. Da questo meccanismo nasce tutto. Andiamo a prendere le ultime righe del capitolo, pag. 243, il paragrafo che inizia con «Lévi-Strauss». Come vedete non si parla di cose successe una volta e poi finite, ma di strutture della natura umana: anche in Giappone, ad esempio, ci sono fenomeni che ricordano il potlatch. In generale, in questo capitolo si parte da Mauss e si porta avanti il discorso, è una ricerca ad ampio respiro, che tocca vari campi… beh, ecco, un po’ a forza, ho chiuso. È tutto.

[Inchino.]

Così siamo arrivati alla fine. Io ho imparato alcune cose, i miei colleghi anche, ma cosa?
Probabilmente, ma questo si sapeva fin dall’inizio, poco di quanto abbiamo letto e discusso li aiuterà a superare l’esame per le professioni forensi.

Il punto allora è perché questi ragazzi decidano di impiegare ogni settimana più di mezza mattinata e non so quanto tempo a casa per preparare la lezione – probabilmente meno di me, ma a giudicare dagli appunti di Hashimoto, gli unici sui quali mi è caduto l’occhio, fittissimi di appunti e glosse, non dev’essere facile nemmeno per loro – per imparare qualcosa che non è utile, anzi, in un’ottica grettamente focalizzata all’esame, che è forse dannoso, quantomeno per il tempo che ruba al resto dello studio.
L’interesse verso la lingua francese gioca un ruolo non secondario. La possibilità di fare un esercizio di altissimo livello su un tema che, tutto sommato, è attinente con il proprio corso di studi è comunque una possibilità allettante.
Il carisma del docente è un altro fattore. Tutti abbiamo già seguito almeno una volta i corsi del professore, e abbiamo deciso di tornarci.

Sono questi i giovani giuristi giapponesi? Occorre stare attenti a generalizzazioni che mi porterebbero fuori strada. I miei colleghi, studenti della law school dell’università più prestigiosa e più selettiva di tutto il Giappone, in numero di tre, di cui 2 di sesso femminile, non sono affatto un campione statistico affidabile.

Tra le motivazioni, vi è la sete di cultura. Abbiamo fatto cultura in questi martedì mattina?

In Occidente, il termine «cultura» deriva da coltivare, indica un’attività faticosa dalla quale si spera di ottenere frutti, o anche solo bellezza, come quando si coltiva un giardino per i suoi fiori.
Nell’Arcipelago, cultura si dice «bunka». È un termine formato da due caratteri: il secondo si legge ka e indica un processo, una trasformazione, mentre il primo, che in questa parola si legge bun, è il medesimo carattere che si trova in moji, cioè il carattere di «carattere», di segno grafico. Ecco quindi un aspetto della cultura nell’Arcipelago, o meglio il suo primo aspetto, la sua accezione letterale: cultura è «rendere in caratteri», innanzitutto. I passi sulla «cultura della traduzione», sulla recezione del diritto straniero, sulla creazione della terminologia giuridica giapponese prendono sfumature diverse quando si considera che l’atto di rendere in caratteri coincide, secondo il suo tenore letterale, con la cultura.

Perciò sì, abbiamo fatto cultura, e penso che questo possa essere vero sia a dirlo in giapponese che a dirlo in italiano. Ma la cosa si può vedere anche da un altro punto di vista: l’antropologia giuridica di Rodolfo Sacco quest’inverno 2009 è diventata parte della cultura giuridica giapponese.

(puntata precedente)                                                                                                      (Fine)

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2 risposte a Leggere Antropologia giuridica di Rodolfo Sacco a Tokyo (XII)

  1. BladeVet ha detto:

    Ipotizzo: 被保瞽者 (Hihogosha)
    Sul mio dizionario è presente hihokensha (insured person) e kosha (blind person), può essere?
    Bella la chiusura dell’articolo con una sottolineatura etimologica molto profonda.

  2. Pingback: Leggere Antropologia giuridica di Rodolfo Sacco a Tokyo (XI) | il diritto c'è, ma non si vede

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