Un altro neologismo: aruhara

Dopo “sexual harassment”, che in giapponese diventa sekuhara, “power harassment” che diventa pawahara, ecco un altro neologismo: aruhara.
Non è troppo difficile intuire quali siano i termini da cui origina il neologismo.

Aruhara è la contrazione katakanizzata di “alcool harassment”.

Chiunque sia stato a un party o a un hanami ha capito di cosa si tratta.
La festa di fine anno, il sayonara-party per il collega che lascia l’ufficio, e soprattutto i ciliegi in fiore sono spesso la scusa di facciata per rendere accettabile il fatto di ammazzarsi di alcool.
Ammazzarsi in senso figurato, certo.
Qui un post che coglie diversi aspetti dei significati del bere alcool fra colleghi in Giappone. Cito alcuni passi, ma chi sa l’inglese lo legga tutto: “per gli impiegati ubriacarsi con i clienti o i colleghi è ritenuto parte del lavoro”; “(rifiutarsi di bere troppo) segnala il rifiuto di raggiungere una condizione di sincera ubriachezza, segnala cioè che non ci si fida dei propri colleghi”. E ancora: “i giapponesi tendono a identificare l’alcolismo con i problemi causati dal bere in momenti in cui non è opportuno, o con atteggiamenti violenti (…) la cura è eliminare i comportamenti violenti, non l’alcool”.
A riprova di ciò i poster che si trovano nella metropolitana di Tokyo per sensibilizzare contro l’ubriachezza molesta: il messaggio non è quello di moderare il consumo di alcool. No, il messaggio, scritto a lettere cubitali è: “FATELO A CASA”. Sottotitolo: “Evitate di comportarvi da ubriachi” in inglese, in giapponese 飲酒後は、まわりのお客様にご配慮ください (Dopo aver bevuto, abbiate considerazione per i clienti intorno a voi). Solo nel fumetto posticcio in basso a destra l’avviso: 飲みすぎにも気をつけましょう (Stiamo attenti anche a [non] bere troppo).

Talvolta però quell’ammazzarsi di cui sopra è da intendersi in senso letterale.

Pochi giorni fa 9 studenti dell’Università di Otaru, in Hokkaido, tra i quali alcuni minorenni, sono stati portati in ospedale per intossicazione acuta da alcool, rimediata a un hanami della squadra di football americano dell’Università.
Il rettore ha presentato le scuse e sta pensando di sciogliere la squadra

Due studenti sono già morti quest’anno per overdose da alcool. I morti sono 21 dal 2000. Certe volte si tratta proprio di inviti a bere troppo, altre volte le vittime possono essere condizionate dalla “tradizione” delle feste dei clubs, dal fatto che non si prevedono bibite analcooliche o da altre circostanze.
Vi è un’associazione, la 「一気飲み防止連絡協議会 (Associazione di coordinamento per la prevenzione del bere alla goccia) 」fondata nel 1992 dai genitori di un ragazzo morto per overdose da alcool, che si occupa di sensibilizzare e stimolare iniziative riguardanti questo problema.

Io penso che un po’ della colpa di ciò sia da attribuire all’eta legale per bere alcoolici.
20 anni è troppo tardi. A 18 anni si può prendere la patente di guida, ci si può sposare (le donne a 16 anni), si può andare a mettere a posto la centrale nucleare di Fukushima (qui in inglese), è legale recitare in film porno, etc etc… ma bere la birra no.
20 anni è troppo tardi: mi sembra chiaro che poi uno si senta in dovere di recuperare il tempo perduto a bere té o bibite gassate. E così perpetua la situazione: non si beve con giudizio perché non si è mai bevuto fino ai 20, e poi una volta raggiunto finalmente il traguardo, si entra nel mondo dei “grandi” e dai 20 e un giorno si beve (quasi) solo per andarsene a male.

Tutte le bevande alcooliche riportano da qualche parte in etichetta il divieto per i minori di 20 anni di bere alcoolici. Le pubblicità di alcoolici, in Giappone piuttosto diffuse, riportano anch’esse in maniera un po’ ipocrita lo stesso avviso: non si beve prima dei 20 anni.
E mi è capitato di vedere anche delle campagne contro l’alcool ai minorenni sulla metropolitana: No alcool prima dei 20! STOP! etc etc… il che sottintende che invece, una volta raggiunti i 20 il messaggio è: Sì, bevete a garganella! Giù con la birra, che per ogni boccale c’è uno statale che fa un sorriso*.

Un po’ lo stesso messaggio che traspare da questa campagna contro il fumo rivolta ai minori: No al tabacco prima dei 20, perché non avete la TASPO** (= appena compiuti i 20 correte a farvi la TASPO così potete fumare! Ehi, è legale dopo i 20! L’ufficio per farsi la TASPO è a Shinjuku, ecco la mappa, ve la fanno in giornata!)

Sono favorevole alla prevenzione del fumo per i minori.
Io ho la TASPO.

E per chiudere, questa notizia, in linea con quanto sopra: il gestore e due camerieri di un izakaya di Fukuoka sono indagati per avere fornito bevande alcooliche a 27 ragazzi di 18 anni, per fare un brindisi alla fine dell’anno scolastico.
Notare che qualcuno si è preso la briga di comunicare al koban: “Nell’izakaya lì vicino ci sono dei minori che bevono alcool”.

E si ritorna quindi al titolo del post: alcool harassment.

*: la birra è la bevanda alcoolica più tassata in Giappone.
**: la carta TASPO è una carta magnetica che attesta l’età del possessore per permettergli di acquistare sigarette alle macchinette automatiche. Fino a qualche anno fa la misura per consentire ai maggiorenni di acquistare sigarette alle macchinette ma impedirlo ai minori (o almeno così mi fu spiegato) era questa: le macchinette funzionavano di giorno, ma non di notte (?????).

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3 risposte a Un altro neologismo: aruhara

  1. Gianluca Gentili ha detto:

    Situazione analoga, per molti versi, a quella statunitense. Qui in molti Stati l’età per il consumo di alcolici è 21 anni, quando la patente la si può prendere a 16. Condivido le tue considerazioni circa l’urgenza che i ragazzi sentono di “recuperare il tempo perduto”. Una curiosità: tu come ti regoli nelle cene di lavoro?

    • Andrea O. ha detto:

      Ahem… metà del problema è risolta dal fatto che reggo bene, l’altra metà è che i miei colleghi non sono così insistenti con l’alcool come descritto in quel post, a un certo punto si può cortesemente dire basta senza fare la figura dell’antipatico.

  2. Pingback: 1 mese asciutto | il diritto c'è, ma non si vede

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