Leggere Antropologia giuridica di Rodolfo Sacco a Tokyo (XI)

12 gennaio 2010

Causa pausa natalizia e rientro in Italia ho perso la lezione del 22 dicembre.

Il 12 gennaio siamo di nuovo in 3, perché Nakajima ha preso il «kaze».

Una breve parentesi per chi si dovesse ammalare in Giappone: ai corsi di lingua giapponese mi è stato insegnato, o almeno io ho appreso che kaze significa «raffreddore». Il dizionario riporta come significato «raffreddore», e, se usato nell’accezione di infuruenza, «influenza». Nell’Arcipelago, ho sentito usare kaze in presenza di sintomi di raffreddore, mal di gola, tosse, febbre, mal di pancia più o meno grave, nausea, mal di te- sta, insomma tra tutti i malanni meno gravi, tutto quello che non è influenza o allergia ai pollini. La terminologia del giapponese giuridico probabilmente non presenta di questi problemi, ma il discorso giuridico non è composto al 100% da termini giuridici, ed ogni volta che questa cosa sul kaze mi torna in mente, un po’ mi preoccupo.

Inizia Kawada, a 7 righe dal fondo di pag. 226. La sua traduzione fila liscia. Apprendo che «dovere di astenersi», che avevo tradotto con un’espressione non tecnica, si esprime con fusakui. Secondo la consolidata routine, controllo sul dizionario con quali kanji si scriva. Il giapponese-italiano non lo riporta. Provo a togliere il prefisso fu-, che indica negazione o mancanza, e mi si presentano due sakui. Quale sarà quello corretto? Devo fare in fretta e sfoglio il dizionario giuridico francese-giapponese, che però non riporta nulla di ciò sotto «abstention», ma suggerisce fukôshi, furikô. Dopo, in serata, lo troverò anche sotto «devoir»: “devoir de faire ou de ne pas faire”. Torniamo in presa diretta: ho tempo solo di controllare nel dizionario monolingua giapponese, ed eccolo lì, fusakui, con una bella nota prima della definizione: (dir.). La «-i» finale è il carattere di tame, un carattere non molto usato nella lingua di oggi. Torno al giapponese-italiano, seleziono la voce corrispondente al sakui con il carattere giusto e la visualizzo per intero, per farmi un’idea: sakuitekini, «intenzionalmente, deliberatamente», e poi una seconda accezione riporta anche qui la nota (dir.) e sotto gli esempi, «sakuihan: reato (delitto) premeditato».

Nel frattempo, mentre sono impegnato nelle mie esplorazioni terminologiche, la discussione sta proseguendo, ovviamente con l’usuale pacatezza giapponese, e non tutti si dimostrano convinti del discorso sull’embrione dell’obbligazione.
Parliamo di diritto muto, espressione ben nota al professore che ne offre la traduzione giapponese, anmoku no hô, ma la parola passa a Hashimoto con l’impressione che la cosa non sia del tutto chiara.

Qualche problema su «linguaggio articolato», che contrariamente a quanto riporta il mio dizionario non è onsetsu gengo ma bunsetstuka sareta gengo, e poi proprio su «linguaggio», con il professore che ci fa ripassare la differenza tra langue, langage e parole. Ma in sostanza, il problema di queste righe finali del cap. 4, o 5 nella versione italiana, è secondo il professore, che:

– Il problema sono gli esempi, se ce ne fossero di più… In certi casi ho come l’impressione che Sacco abbia capito tutto, ma da solo, e che non si sforzi più di tanto a dircelo…

Tocca a me, me la cavo abbastanza bene a parte quei corsi «consacrés» alle restituzioni: non ho voluto impelagarmi a tradurre un’espressione figurata come questa, ma ho semplicemente detto taishô to suru, «che hanno come oggetto». Naturalmente vengo ripreso sul punto, ma me la cavo spiegando non senza difficoltà l’etimologia, e l’usanza di consacrare qualcosa a un santo.

Proseguiamo. La versione francese non contiene le vicende di Passion e Pom, di cui però rendo sommariamente edotti i colleghi. Arriviamo alla nota a piè di pagina in cui si tratta di Erodoto e dei baratti muti. Anche in questo caso, mi ero preparato una domanda:

– Non l’ho mai visto di persona, ma ho sentito dire che, naturalmente non in centro a Tokyo ma in periferia, per strada o di fianco ai campi ci sono scaffali dove i contadini lasciano verdura o frutta, e una scatoletta per le monete… è vero? Ci sono ancora? Non ricorda un po’ questi baratti muti?
– Sì, io abito a Setagaya – dice Kawada – e ce n’è uno proprio davanti a casa mia.
Hashimoto:
– Io a Mitaka e ce n’è uno anche vicino a casa mia, con 100 yen prendo sempre dei cavoli verza grossi così. Però adesso in certi posti han messo delle gabbiette, tipo rokkaa [= «locker» = armadietto chiuso da un meccanismo azionato da una monetina] e se non metti la moneta il rokkaa non si apre.

Quindi prende la parola il professore: – Sì, è vero, ma bisogna vedere come interpretarlo: un negozio senza personale o un baratto muto come questi di cui si parla? Per certi versi, anche tutte le macchinette sparse per la città, hmmm… no, beh quello è diverso, in ogni caso il contadino tiene conto dei costi e del rischio che qualcuno non paghi… non si possono dividere nettamente antico e moderno.

E così, mentre scopro, meravigliandomi, un lato del professore assai vicino a certi autori di oltreoceano, mi si chiede se in Italia vi sia qualcosa del genere.
– Mmm, no, io non ho mai visto una cosa del genere, a parte nelle chiese, dove talvolta le candele sono lì, chiunque le può prendere ma nessuno controlla che si paghi effettivamente il prezzo suggerito. Poi magari c’è chi offre di più, insomma, è un po’ diverso.
– Mettiamola così: il Giappone è una grande chiesa, hehehe – chiosa il professore.

La lezione prosegue, facciamo ancora più di metà pagina, in cui non vi sono sorprese o spunti degni di interesse particolare. Mi aspettavo qualcosa intorno a un’altra espressione figurata che ha a che fare con il sacro, cioè «peccare di astrattezza» ma non viene discussa in dettaglio. Terminiamo con il paragrafo sul contratto in common law, in Francia, in Italia, e le varie differenze.

La prossima lezione sarà l’ultima.

(puntata precedente)                                                                                                      (continua)

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4 risposte a Leggere Antropologia giuridica di Rodolfo Sacco a Tokyo (XI)

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  2. italicus ha detto:

    Ciao. Secondo me il termine baratto, fintanto in italiano lo si identifichi ancora come quella operazione di “passaggio” di beni tra gli individui stessi che lo controllano, e per il qual fine – lo scambio di prodotti- non viene coinvolto l’uso della moneta, non sarebbe la definizione vera e propria per definire quel pittoresco fenomeno dell’ “autovettovagliamento-fuori-casa-a-pagamento” qui in Giappone. Nella quale specifica situazione non si incontra alcuno né si negozia insomma, Mi sembrerebbe più di una forma di “autofaidate” che precede l’uso dei distributori automatici,nel caso tipico dei prodotti direttamente esposti in scatole di cartone,spesso non tutelate da offese esterne,come nel caso dei corvi.
    Sebbene restìo all’adoperare in oltremisura gli acrostici,ammetto che qui farei un’eccezione.

    P.S Anche se poi ,manco a farlo apposta! quando sei tu straniero che ti presenti alla cassetta per introdurvi la moneta, il trattenersi dal fare una sbirciatina di controllo da parte della “domina” è evidentemente cosa irresistibile.Quindi ,muto sì, ma parzialmente sotto controllo.

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