Ammazzarsi di lavoro

Hiroaki Kitaguchi (? 北口裕章 ), programmatore, era stato assunto nell’ottobre 2001 da una società di software di Kyoto. All’alba del 3 giugno 2004 2002 (confusione con Heisei 14, grazie Gianluca), a 27 anni, prima di un appuntamento con un cliente, si suicidò buttandosi dal quinto piano di un edificio di Toyonaka.
Sembrava che nel periodo precedente il suicidio, Hiroaki stesse accusando una forte pressione psicologica a causa del lavoro, e avesse mandato messaggi a colleghi e amici dicendo che la situazione al lavoro era durissima.

Il padre Hisao (? 久雄 ) nel luglio 2003 aveva pertanto presentato all’ufficio competente del Ministero del lavoro (la Sovrintendenza per gli standard di lavoro, 労働基準監督署 ) una richiesta di indennizzo chiedendo che la morte del figlio fosse riconosciuta come incidente sul lavoro. L’indennizzo non fu accordato.
Cristallizzatasi la situazione dal punto di vista dell’amministrazione, nel settembre 2008 il sig. Kitaguchi si rivolse alla magistratura, e precisamente al Tribunale distrettuale di Osaka, affinché la morte del figlio fosse riconosciuta come suicidio da eccessivo lavoro ( 過労自殺 ).

Gli attori sostennero che Hiroaki fu abbandonato a se stesso e non fu guidato nel lavoro da colleghi e superiori.  Il collega che prese il posto di Hiroaki, testimoniò (coraggiosamente) che “era una quantità di lavoro, e di un livello di complessità che una persona appena entrata in azienda non avrebbe assolutamente potuto portare a termine”.

La corte, Pres. Tetsu Nakamura ( ? 中村哲 , il nome proprio potrebbe non essere Tetsu ma Akira, o Tooru, o Satoru, o Masaru, o Yutaka, o Satoshi, o Tetsushi, o Hiroshi) ha ritenuto che “considerando le capacità dell’individuo in questione, non si trattava ci compiti particolarmente difficili”, e che sia “difficile dire che vi siano stati dei problemi nelle procedure di guida e sostegno dell’azienda”.
Il Tribunale distrettuale di Osaka ha quindi rigettato la domanda del sig. Kitaguchi.

Il sig. Kitaguchi ha commentato: “Ho perso, ma non posso abbandonare qui”. Non è chiaro se ci sarà appello; oltre al lavoro il sig. Kitaguchi porta avanti attività di volontariato presso studenti universitari di informatica, mettendoli in guardia dai pericoli del lavoro eccessivo.

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6 risposte a Ammazzarsi di lavoro

  1. Tonari ha detto:

    Pensavo assunto da una società di software di Takasago.

  2. Gianluca ha detto:

    Caro Andrea,
    Grazie per aver riportato questa notizia. Ho solo un dubbio sulle date: dato che il suicidio è avvenuto nel 2004, la richiesta di indennizzo al Ministero da parte del padre non può essere datata 2003…

    GG

  3. albino ha detto:

    In situazioni del genere io non condannerei l’azienda che gli ha dato un carico troppo pesante di lavoro, ma la societa’ tutta che non gli ha dato scelta tra quell’azienda e il suicidio.
    Perche’ quando istituisci un sistema per cui quando ti licenzi e cambi compagnia ti tocca spesso rinunciare al tuo rango (casta?) di 会社員 e restare a far fotocopie e a lavorare con contratti annuali per il resto della tua vita, non e’ che puoi stupirti se la gente si butta sotto i treni. Sbaglio?

  4. Giorgio Colombo ha detto:

    Grazie Andrea, questa è preziosa per la ricerca.
    Dimostra come la giurisprudenza in materia sia ben lungi dall’essere consolidata, nonostante i precedenti della Corte Suprema e altri casi in senso contrario in situazioni apparentemente analoghe.
    Si attende dunque che i giudici giapponesi diano chiare indicazioni sui criteri di “autopsia psicologica” per i casi di karoujisatsu.

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