Temo che non gradirà quello che le dirò

“Temo che non gradirà quello che le dirò.”

Hui Jong Kim, coreano, 86 anni, mise in guardia così un’intervistatrice giapponese che gli chiedeva quali fossero i suoi sentimenti nei confronti del tempio shinto di Yasukuni. E proseguì:

“Vorrei dargli fuoco con un camion di benzina, e sarei stato contento se gli avessero tirato non una, ma due bombe atomiche.”

Per capire il perché di queste dichiarazioni, bisogna tornare al 1944.
Durante il conflitto mondiale, l’esercito imperiale giapponese si serviva di coreani coscritti sbrigativamente come forza lavoro per costruire tunnel, trincee e altre fortificazioni militari. Un giorno prelevarono Hui Jong Kim dal villaggio in cui viveva, vicino a Pyongyang nell’attuale Corea del Nord, e lo portarono sull’isola di Saipan.
Grazie a una serie di coincidenze fortunate, Kim riuscì a sopravvivere, anche se per via delle bombe perse quasi completamente l’udito. Durante la battaglia di Saipan, il 19 giugno 1944 Kim fu catturato dagli americani e portato alle isole Hawaii, dove fu tenuto in un campo militare come prigioniero di guerra non combattente.
Due anni dopo, Kim tornò a Seul, dove ha lavorato e vissuto finora.

Fin qui è storia.
La vicenda inizia a prendere sfumature giuridiche nel 2005, quando Kim venne a sapere che il suo nome compare al tempio di Yasukuni, in compagnia dei caduti di guerra giapponesi e anche dei criminali di guerra del processo di Tokyo.
La cosa non lo rese particolarmente felice.

Cercò di vedere la targhetta con il suo nome, ma i sacerdoti shintoisti che gestiscono il tempio non glielo permisero. Chiese che il suo nome fosse rimosso, ma senza risultati. I sacerdoti sono gelosi della loro autonomia riguardo a chi iscrivere tra le anime ricordate, ed in passato hanno sostenuto che l’inclusione tra i 2,4 milioni di nomi dei caduti di guerra per il Giappone è eterna e irreversibile.

Nel 2007 dunque Kim e altri 9 cittadini coreani nella sua stessa condizione presentarono domanda al Tribunale distrettuale di Tokyo affinché il loro nome fosse cancellato.

Il 21 luglio 2011 il Tribunale di Tokyo (Pres. 高橋譲 Yuzuru ? Takahashi) ha emesso sentenza. La domanda non è stata accolta, sostenendo che “non si può riconoscere che vi sia stata lesione di un interesse giuridico”. Riguardo al fatto che persone non cadute nel conflitto siano state considerate morte, la sentenza afferma che “è inevitabile che vi siano stati degli errori”.

La sentenza cita due precedenti: porta a sostegno della decisione un giudizio della Corte Suprema in cui si sostiene che, esclusi i casi in cui vi sia stata coercizione o svantaggio materiale, bisogna essere tolleranti della libertà di religione altrui, mentre ritiene, in contrasto con un giudizio dell’Alta Corte di Osaka del dicembre 2010, che la diffusione da parte del tempio di dati riguardanti i caduti di guerra non costituisca violazione della separazione Stato/religione.

Kim è l’unico tra gli attori ancora in vita: gli altri 9 sono mancati durante il processo e la causa è stata proseguita dai loro discendenti.
Stando alle dichiarazioni, la vicenda andrà in appello.

Secondo Min-Cheol Kim, direttore del Korea Council for Redress and Reparation for the Victims of World War II Atrocities, sono 21.000 i coscritti coreani ricordati a Yasukuni.

Il Tempio di Yasukuni - Foto di arcreyes -ratamahatta-

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2 risposte a Temo che non gradirà quello che le dirò

  1. albino ha detto:

    “Temo che non gradirà quello che le dirò.” LOL. Avrei voluto vedere la faccia dell’intervistatrice…
    Mamma i giappi e le loro regole assurde, e i loro tribunali dove la legge e’ uguale per tutti (i giapponesi), un po’ meno per gli stranieri.

  2. Pingback: Aggiornamenti flash | il diritto c'è, ma non si vede

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