Sì, tutti in piedi per l’inno

Così ha sentenziato lunedì 30 maggio la Corte Suprema nel primo caso arrivato al vertice del sistema giudiziario giapponese riguardante la costituzionalità dell’obbligo per i docenti di rivolgersi alla bandiera e cantare l’inno nazionale durante le cerimonie scolastiche.

Le vicende riguardavano il caso di Yuji Saruya ( 申谷雄二 ),  insegnante di un liceo di Tokyo che nel 2004 si era rifiutato di alzarsi durante l’esecuzione dell’inno nazionale. Era stato richiamato formalmente, e non confermato alla scadenza del contratto nel 2007.
L’insegnante aveva dunque presentato un’azione di risarcimento contro l’amministrazione comunale.

In primo grado (gennaio 2009) il Tribunale distrettuale di Tokyo aveva affermato che l’ordine del preside era costituzionale, ma allo stesso tempo aveva concesso al sig. Saruya un risarcimento di circa 2,1 milioni di jpy poiché negli anni successivi si era conformato alle direttive scolastiche.
Nella sentenza di appello (ottobre 2009) l’Alta Corte di Tokyo aveva confermato la costituzionalità dell’obbligo, sostenendo che tali scelte rientrassero nella sfera di discrezionalità dell’amministrazione. Inoltre, la Corte aveva revocato l’ordine di risarcimento.

Da qui il ricorso alla Corte Suprema, lamentando la violazione dell’art. 19 della Costituzione, che protegge la libertà di pensiero e coscienza.
La Corte sostiene che, anche se la libertà di pensiero può essere indirettamente violata da tali ordini, il livello della violazione è accettabile, considerata la ragionevolezza di tali misure.

Il caso è stato deciso all’unanimità dal Secondo Collegio ristretto, Pres. Masahito Sudo ( 須藤正彦 ).
Si può facilmente immaginare che esso avrà un’influenza importante sugli altri 31 casi analoghi pendenti in tutto il Giappone che vedono coinvolti circa 960 insegnanti o sul dibattito politico cui si era accennato pochi giorni fa.

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