Suggerimenti per la lettura

1. Ulv Hanssen, “Abe looks through legal loophole for collective self-defence”

Ulv Hanssen (Doctoral candidate, Freie Universitat Berlin) ha scritto un breve articolo per l’East Asia Forum in cui mostra, basandosi su fonti in giapponese e su cablogrammi desegretati nel 2008, come la famosa decisione della Corte Suprema nel caso Sunagawa (1959), in cui si decideva della costituzionalità della presenza di truppe americane sul territorio giapponese, fu pilotata da influenze extra-giuridiche. In particolare, è documentato che il Presidente della Corte Suprema giapponese del tempo, Kotaro Tanaka,  si incontrò più volte, segretamente, con l’ambasciatore americano in Giappone.
Dopo la “revisione dell’interpretazione” delle norme costituzionali in materia di diritto di autodifesa collettiva, dichiarata nei giorni scorsi da Abe, queste rivelazioni assumono un significato assai importante.

2. J. Mark Ramseyer, “Who Hangs Whom for What

Titolo in italiano: “Chi impicca chi e perché”.
Un’importante analisi delle condanne a morte in Giappone e dei giudici che le hanno pronunciate.
Le conclusioni: i giudici più brillanti (almeno secondo il giudizio dei loro pari) hanno una tendenza meno spiccata a pronunciare condanne a morte.

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I giapponesi che fanno causa (XXVI)

58. Yasukuni ed il quieto vivere

Ricordate la controversa visita del Primo ministro Abe al controverso santuario shinto di Yasukuni? Bene, un gruppo di 540 cittadini di Osaka ha fatto causa al Primo ministro perché questa visita viola il loro diritto a vivere in tranquillità. Chiedono un risacimento di ¥10.000 a testa (circa 70 euro) ed il divieto per Abe di ripetere la visita.
Pare che una causa analoga sarà presentata da un gruppo di 270 cittadini di Tokyo.

59. TEPCO deve pagare

Un cittadino residente in una zona non sufficientemente vicina alla centrale di Fukushima-1 da essere ricompresa nelle zone oggetto di provvedimenti di evacuazione, ma sufficientemente vicino da indurlo a lasciare tutto e andarsene a Kyoto, ha citato in giudizio TEPCO, chiedendo che gli fossero risarcito il danno conseguente al trasloco, oltre al danno psicologico.
Il tribunale di Kyoto gli ha dato ragione. Primo caso di questo genere.

60. Questa centrale nucleare non può ripartire

Un gruppo di cittadini residenti nella zona di Fukui aveva chiesto al Tribunale di impedire la riaccensione dei reattori della centrale nucleare di Oi.
Il Tribunale di Fukui, pres. Hideaki Higuchi ( 樋口 英明 ), ha dato ragione agli attori.
Le reazioni sono state varie: a parte la scontata proposizione di appello, degno di nota il “beh, cosa volete che sia, la riaccenderemo ugualmente” del segretario generale del gabinetto Yoshihide Suga, all’elezione di nuovi membri dichiaratamente pro-nucleare per l’organo che vigila sulla sicurezza dell’industria nucleare in Giappone, la cd. NRA.

61. McDonald’s contro TEPCO

McDonald’s chiede un risarcimento a TEPCO per il mancato guadagno o per la chiusura dei suoi ristoranti situati all’interno dell’area di evacuazione circostante la centrale di Fukushima-1.

62. Troppo inglese in televisione

Hoji Takahashi, 72enne di Nagoya e direttore della 日本語を大切にする会 (Associazione per la promozione dell’importanza della lingua giapponese) aveva chiesto che NHK risarcisse il suo danno psicologico causato dall’eccessivo uso di espressioni straniere, in particolare della lingua inglese, nelle trasmissioni dell’emittente nazionale.
Il Tribunale di Nagoya, Pres. Kiyofumi Saito ( 齋藤 清文non ha accolto la domanda.

(puntata precedente)

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La posta del giurista

Riceviamo, pubblichiamo con il consenso del mittente e volentieri rispondiamo:

[Saluti]
Mi chiamo XY, sono un laureando di Z. Da sempre molto appassionato della cultura giapponese, giuridica e non solo, ho deciso di dedicare la mia tesi al diritto giapponese e magari approfondire successivamente i miei studi in questa direzione.  Ammiro molto il suo lavoro e quello del professor Colombo.
In queste ultime settimane ho passato in rassegna diversi articoli e pubblicazioni, tra le quali “Diritto dell’Asia Orientale” curato dal professor Cavalieri, “Giappone : un diritto originale alla prova della globalizzazione” e “Laicità dello stato e Shintoismo nella giurisprudenza giapponese” del professor Colombo, le sue pubblicazioni su Digesto concernenti Giri, Diritto del Giappone moderno, aggiungendo poi i testi di Gallo e Sacco utilizzati per la preparazione degli esami di comparatistica. La ricerca mi ha offerto molti spunti e non le nascondo anche grandi indecisioni e dubbi, tuttavia stavo pensando di sviluppare un lavoro di tesi riguardante il diritto penale nipponico. Il concetto di pena, rieducazione riletti nell’ottica di una cultura come quella giapponese così profondamente originale nella sostanza, tanto quanto occidentalizzata negli schemi formali. Contraddizioni e tensioni civili che si celano entro sistema penale così efficace sotto il profilo dei numeri, ma a che prezzo? A scapito di una pena più umanizzata? Che cognizione dell’essere reo si sottende? Come si permea la penalità giapponese della tradizione culturale locale? Ecco questi sono gli spunti di riflessione che mi hanno catturato forse più di altri.
Volevo chiederle se potesse consigliarmi delle letture utili al riguardo.
La ringrazio molto in anticipo per la disponibilità e farle presente la mia sincera ammirazione per il suo lavoro di divulgazione e promozione culturale.
[Saluti conclusivi]

P.S.: ho dimenticato di specificare che padroneggio abbastanza bene l’inglese, mentre ho iniziato a studiare solo da poco tempo  la lingua giapponese.
Grazie ancora.

Caro XY, grazie innanzitutto del messaggio e della domanda.
Sono questioni molto importanti, che riguardano aspetti cruciali del diritto giapponese.
La scelta di concentrarsi (almeno, per ora) sul diritto penale mi sembra sensata: è forse nel diritto penale che sono più radicate e si possono cogliere meglio alcune delle caratteristiche peculiari del diritto del Giappone: il rapporto tra individuo e autorità, e tra individuo e collettività, la discrezionalità.

Imparare la lingua giapponese non è cosa semplice, ed è ancora più arduo raggiungere un livello che ti permetta di leggere in scioltezza dottrina e giurisprudenza in lingua.
Fortunatamente, oltre ai materiali in italiano che hai già consultato (grazie dei tuoi giudizi generosi!) ci sono ottimi materiali in lingue a cui noi italiani siamo più esposti e che di solito conosciamo meglio: inglese prima fra tutte, anche per la storia che lega gli Stati Uniti al Giappone.

Uno dei migliori testi recenti in circolazione sulla giustizia penale giapponese è The Japanese Way of Justice di David Johnson. È uno studio molto affascinante dei personaggi che svolgono il ruolo chiave nella giustizia penale giapponese: i PM. Leggi quest’opera, e prosegui con le numerose opere in essa citate, e raggiungerai un livello di conoscenza della materia di tutto rispetto.
Un altro ottimo (ma breve) excursus in inglese sulla storia del diritto penale, scritto da uno dei giganti del diritto penale giapponese è quello di K. Matsuo, “The Development of Criminal Law in Japan since 1961“, in Foote (ed.) Law in Japan: A Turning Point, Seattle 2007. Nello stesso volume trovi il capitolo di D. Johnson, “Criminal Justice in Japan”.
Ancora dal punto di vista storico, Rohl (ed.) History of Law In Japan since 1868 ha un paio di capitoli sulla storia del diritto e della procedura penale.
Daniel Foote ha scritto sul diritto penale dal punto di vista della sociologia del diritto. Un po’ datato ma sempre valido il suo The Benevolent Paternalism of Japanese Criminal Justice, in California Law Review March, 1992, 317.
Sulla criminalità organizzata/yakuza, lascia perdere le fonti giornalistiche: c’è poco di buono. Puoi partire da P. Hill, The Japanese Mafia: Yakuza, Law, and the State. Una prospettiva inusuale è quella di R. Otomo, “Women in Organized Crime in Japan“, in Fiandaca (ed.) Women and the Mafia, NY, 2007.
Sulla pena di morte puoi vedere questo rapporto recente: The Death Penalty in Japan (c’è anche la mano di D. Johnson). Interessante anche M. Ramseyer, Who Hangs Whom for What? The Death Penalty in Japan.
Sicuramente mi è sfuggito qualcosa. Puoi dare un’occhiata agli indici del Journal of Japanese Law. Recentemente molti articoli di diritto penale hanno analizzato la cd. “giuria mista”, in giapponese saiban’in seido. Gli articoli della rivista non sono online, anche se qualche articolo pubblicato integralmente talvolta si trova(va).
Un’altra ottima fonte dalla quale partire per le ricerche è questa bibliografia. Il titolo parla di “business law”, ed in effetti l’attenzione principale è rivolta a quel settore, ma ci sono anche alcune pagine dedicate al diritto e alla procedura penale.

Spero di averti dato qualche indicazione utile.
In bocca al lupo per le tue ricerche!

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Iwao Hakamada

Iwao Hakamada era in prigione da 48 anni. Quarantotto.
Arrestato nel 1966, nel 1968 era stato condannato a morte per l’omicidio di una famiglia di 4 persone. La condanna era stata confermata nel 1980 dalla Corte Suprema. La legge dispone che le condanne debbano essere eseguite entro sei mesi da quando la sentenza diviene definitiva (art. 475 cod. proc. pen.).
Tuttavia, affinché si proceda con l’impiccagione, è necessario l’ordine del Ministro della legge (ricordiamo ai lettori che nei Paesi dove vige la pena di morte non si può parlare di Ministro o Ministero della Giustizia, ma al massimo di Ministro o Ministero della legge).

Hakamada ha passato così 34 anni in prigione, fino a quando giovedì 27 marzo 2014 è stato liberato.
Nuovi test sul DNA ritrovato sui vestiti che si presumono indossati dall’autore del delitto hanno imposto di riaprire il caso.
Un errore giudiziario: enzai.

Riflettere su questo caso fa nascere due sentimenti confliggenti: da un lato l’indignazione perché un uomo è stato privato della sua vita per un errore giudiziario, ostinatamente confermato in tutti i gradi di giudizio, per 46 anni.
Dall’altro lato il sollievo perché alla fine Hakamada è stato scagionato. In altri Paesi, forse, la condanna sarebbe stata eseguita ben prima, e questo avrebbe probabilmente messo letteralmente una pietra sopra alla faccenda, demotivato i sostenitori dell’innocenza di Hakamada e probabilmente non vi sarebbero state più richieste di revisione del processo a decenni di distanza dal fatto.
Qui invece vediamo che il sistema giudiziario, per salvare la faccia, ha difeso la condanna per quasi mezzo secolo. D’altro canto, come nota bene anche Michael Cucek, probabilmente chi conosceva il caso sapeva che qualcosa in quella condanna non convinceva, e forse “Tutti, ma non Hakamada” sono state le parole tramandate da un Ministro all’altro, fino ad oggi.

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Il nuovo visto – gioie e dolori

[post autobiografico ma con ambizioni di interesse generale]

Nel 2012 il Giappone ha riformato il sistema di immigrazione e visto, cambiando, tra l’altro, il regime di re-entry permit (再入国許可).

Una delle misure più significative è stata la creazione di un nuovo regime di visto per i cosiddetti “highly skilled foreign professionals”, ossia gli stranieri “altamente qualificati” nel settore accademico, tecnico-professionale e imprenditoriale-finanziario. In buona sostanza il governo giapponese ha deciso di concedere un regime di visto premiale per quegli stranieri ad alta specializzazione (e preferibilmente alto reddito e giovane età. In sostanza il genere di immigrazione che qualunque paese vuole) per incentivarne l’ingresso nel Paese.

Il nuovo sistema si basa su un punteggio che tiene conto di: livello di istruzione, reddito, età, esperienza nel settore di competenza, conoscenza della lingua giapponese, ecc. (qui potete scaricare la tabella). E qui già sorge un primo problema, posto che le persone di giovane età di solito non sono ad alto reddito e viceversa (il modulo per le attività accademiche prevede come ipotesi teorica che qualcuno che lavora in università e ha meno di 30 anni possa guadagnare più di 10.000.000 di yen all’anno. Ipotesi di pura fantascienza – a meno che tale individuo non abbia brevettato qualcosa di utilissimo e diffusissimo).

I vantaggi del nuovo visto sono in effetti significativi:

- durata di 5 anni;

- canale di accesso preferenziale alla residenza permanente;

- possibilità per il coniuge di lavorare;

- possibilità di far risiedere i propri genitori in Giappone;

(e altro. Qui la descrizione in inglese sul sito del Ministero della Giustizia – Dipartimento per l’immigrazione)

Fin qui, tutto piuttosto bene.

Problema: il governo giapponese si lamenta di non aver ricevuto molte domande per questo nuovo visto. Insieme domandiamocene il perché, alla luce di un case study: il mio.

Il mio visto non era lontano dalla scadenza, così ho deciso di fare domanda di cambio di status per accedere al nuovo regime. Premesso che ho ottenuto senza troppe difficoltà il nuovo visto e che ne sono garrulo, e premesso altresì che la procedura è stata rapida ed efficace, il personale professionale e gentile e che come sempre – almeno nella mia esperienza – il Giappone si rivela un paese fantastico dal punto di vista della P.A., ritengo utile condividere una serie di inconvenienti incontrati nel corso della procedura. Saputi in anticipo, possono rendere la vita più facile a chi si accinge a chiedere il visto come ho fatto io.

Primo inconveniente: poiché alcune parti del modulo non mi erano chiare, ho chiamato l’Ufficio immigrazione di Nagoya (competente per la quarta area urbana più popolosa del Giappone, 9.000.000 di abitanti circa, sede della Toyota…). All’Ufficio nessuno parla inglese (ovviamente nemmeno italiano), quindi occorre parlare giapponese. Nel mio caso non è stato un problema insormontabile ma a) c’è una discreta probabilità che chi chiede un visto non sia fluent in giapponese e b) parrebbe auspicabile che chi ha a che fare quotidianamente con stranieri parli almeno qualche parola di inglese.

Secondo inconveniente: il regime di visto per gli “highly skilled foreign professionals” è ancora un oggetto misterioso per la maggior parte degli impiegati, per cui alle mie richieste di chiarimento su quali documenti presentare la risposta più frequente è stata “Lei provi a depositare quelli che ritiene giusti, poi al massimo gliene chiediamo altri noi”.

Terzo inconveniente: la necessità di integrare la documentazione si è in effetti verificata. La richiesta mi è pervenuta a mezzo posta ordinaria un venerdì. Ho ritirato la posta sabato mattina. Il termine per la consegna dei documenti era il lunedì successivo, e si trattava di carte che dovevo richiedere al mio datore di lavoro. Per fortuna gli uffici dell’università sono efficienti, ma ho comunque dovuto annullare una riunione il lunedì pomeriggio per correre all’Ufficio immigrazione entro le 16.

Quarto inconveniente: ho una moglie italiana (no, non è questo l’inconveniente!) che vive con me in Giappone con un visto “coniuge”. Cambiando il mio visto è meglio cambiare anche il suo? Domanda rimasta senza risposta. Non che questo abbia effetti sulla validità del visto in corso, ma, ad esempio, potrebbe lavorare in base al nuovo regime con il vecchio visto?

Quinto “inconveniente”: il mio visto precedente diceva “Professore” (教授). Facile, comprensibile, chiaro. Addirittura qualche funzionario della dogana/immigrazione mi ha chiamato sensei. Il mio visto attuale recita 特定活動, traducibile come “attività specifica”. E di che? Per ovviare al problema del mistero sulle mie attività, l’Ufficio immigrazione mi ha pinzato dentro il passaporto un fogliettino di carta con la spiegazione di ciò che faccio. Speriamo che gli agenti dell’immigrazione degli aeroporti ne sappiano di più dei loro colleghi negli uffici…

Un’ulteriore annotazione: il visto è ora incorporato nella zairyuu kaado (在 留カード) e quindi il visto nel mio passaporto non è stato modificato. Il risultato è che il mio passaporto dice che me ne devo andare entro il 1 ottobre 2014. In realtà questo inconveniente riguarda tutte le nuove zairyuu kaado, non questa specificamente; lo menziono solo perché alla mia collega australiana un solerte funzionario delle linee aeree australiane voleva negare l’imbarco poiché a suo dire “sprovvista di visto valido”.

Questo è quanto. La prossima puntata nel 2019.

 

 

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Aggiornamenti flash

  1. TEPCO non accetta le proposte di conciliazione avanzate dai suoi dipendenti e dalle loro famiglie in materia di danni conseguenti all’incidente di Fukushima-1.
    Alcuni di questi casi sono già in tribunale, molti probabilmente seguiranno.
  2. Il Parlamento giapponese ha approvato una legge che dispone un inasprimento delle pene per i minori autori di reati.
  3. Un Tribunale ha dato torto allo Stato e gli ha ordinato di pagare danni alle cooperative di pescatori, in quanto danneggiati da opere pubbliche che avevano strappato terra al mare ad uso agricolo.
  4. Altre prospettive di riforma della corporate governance in Giappone. L’articolo sembra cautamente ottimista.
  5. Un dipendente di un’università della provincia di Kanagawa ha prodotto pistole in resina con una stampante 3D, ha postato su youtube i video, ed è stato arrestato per aver violato la legge sul controllo delle armi. Due delle cinque pistole sequestrate erano in grado di sparare. Non sono state trovate munizioni.
  6. Scommesse sui cavalli, spese deducibili e tasse. Un articolo dell’Asahi fa il punto sulla situazione giuridica e sulle cause tra Ufficio delle tasse e scommettitori professionisti.
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Riforma costituzionale per reinterpretazione

Oggi 3 maggio è in Giappone la festa della Costituzione.
Il governo Abe ha posto tra le sue priorità la riforma costituzionale.
L’obiettivo finale di Abe e della sua compagine è il famoso art. 9. Esso recita:

第九条 日本国民は、正義と秩序を基調とする国際平和を誠実に希求し、国権の発動たる戦争と、武力による威嚇又は武力の行使は、国際紛争を解決する手段としては、永久にこれを放棄する。

二 前項の目的を達するため、陸海空軍その他の戦力は、これを保持しない。国の交戦権は、これを認めない。

Art. 9 – Il popolo giapponese, aspirando sinceramente alla pace tra le nazioni fondata sulla giustizia e sull’ordine, rinuncia per sempre alla guerra quale diritto sovrano dello Stato, ed alla minaccia o all’uso della forza militare quale mezzo per risolvere le controversie internazionali.

2 – Per conseguire l’obiettivo del comma precedente, non saranno mantenute forze militari terrestri, marine o aeree, o altre forze militari. Non è riconosciuto il diritto dello Stato di dichiarare guerra.

Il problema sono le procedure richieste per cambiare la Costituzione: un voto nella Dieta in Parlamento a maggioranza qualificata dei 2/3, ed un referendum popolare (art. 96 Cost). Il primo governo Abe (2007) aveva introdotto la legge necessaria per condurre l’eventuale referendum richiesto dalla costituzione.
L’attenzione del governo si era dunque indirizzata verso l’art. 96. L’obiettivo era quello di prima semplificare la procedura di riforma costituzionale, per poi presumibilmente attaccare l’art. 9.
In ogni caso, i sondaggi dicono che i giapponesi sono molto affezionati alla loro Costituzione e non vi è un consenso diffuso alla modifica. Anche se il governo potrebbe avere i numeri in Parlamento, è difficile che un referendum sulla riforma costituzionale, sia dell’articolo 96 che a maggior ragione dell’art. 9 possa passare lo scrutinio dei cittadini.

La trovata del governo Abe, di fronte alle difficoltà procedurali di cambiare una costituzione rigida come quella giapponese, è dunque quella di riformare non il testo ma l’interpretazione della Costituzione.
Geniale, no?
In particolare, l’interpretazione che il governo vuole modificare è quella relativa al diritto di difesa collettiva, per 60 anni pacificamente non ammesso, poiché il governo ne aveva dichiarato l’incostituzionalità sulla base dell’art. 9.
Abe invece vorrebbe che tale diritto sia riconosciuto come costituzionale. Secondo Abe sarebbe dunque sufficiente che il governo dica in sostanza “Beh cosa volete che siano 60 anni di interpretazione univoca,,, ci siamo sbagliati, da domani le cose cambiano“. Un’altra strategia è quella di giocare con le parole: è sufficiente che l’autodifesa collettiva (incostituzionale) prenda il nome di semplice autodifesa (costituzionale) per trasformarla magicamente in un’attività conforme alla Costituzione.

Qui un riassunto più o meno completo della questione e dei suoi sviluppi fino a marzo 2014, e qui le più recenti riflessioni di Michael Cucek, acute e pungenti come al solito.

Buona Costituzione a tutti.

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